Cleopatra si racconta

cleopatra

Ci sono storie che urlano dentro te perché vogliono essere raccontate. Questa è una di quelle storie (col tentativo di dare la dignità che merita a un personaggio storico) .

La Storia ci racconta di una Cleopatra – regina d’Egitto nel lontano tempo che fu – ammaliatrice, subdola, avida, lussuriosa e manipolatrice, ma era molto di più. Era fragile, insicura (al punto di sottoporsi a diete ferree dopo le gravidanze), amabile, esploratrice, figlia di Tolomeo XII, madre di quattro figli (di cui due gemelli) avuti con due uomini diversi coi quali non si unì in matrimonio.  Nel testo che segue cercherò di palesarvi la sua indole.

Hanno parlato di me in tanti, soprattutto i romani e la maggior parte di loro ha gettato discredito su di me. Eppure non li odio, li compatisco: loro così piccolini dietro la china, io così grande oltre i secoli. Sono nata nell’avanti Cristo e ancor oggi vengo nominata, non senza suscitare fascinazione. Sarà come dicono gli storici che la colpa della mia pessima nomea risale al periodo augusteo, dove con la propaganda maschilista volta a edificare il punto di vista dei vincitori fui assunta a prototipo di seduttrice disposta a tutto pur di realizzare i propri interessi?Ma dove era il mio fascino nelle effigi monetali che restituiscono un’immagine di me nel complesso mascolina?Naso aquilino, mento pronunciato, occhi grandi, lineamenti duri, acconciatura a melone, tutti segnali della mia volontà ferrea e della mia autorevolezza di donna destinata al potere. Il merito di questo destino non và al mio aspetto, ma alla mia voce che mi rendeva piacevole a tutti dopo essermi dedicata all’arte oratoria.  Ero appena una bambina quando vidi mio padre partire, alla volta delle conquiste e capii che quelle, le conquiste, dovevan essere qualcosa di veramente importante e da perseguire. Come donna sgomitai per avere il mio peso nella storia e con grande tenacia l’ho ottenuto, eppure tutti mi ricordano come colei che col proprio fascino inebetì i romani al potere. Solo di questo mi date il merito? O la colpa? Io sono molto altro, sono Cleopatra VII e prima di conoscere Antonio ho forgiato il mio animo con impegno. Fu mio padre a condurmi a Roma, appena undicenne, mostrandomi un mondo diverso dal nostro, ma interessante come ogni angolo della Terra; è per questo che coltivai la mente e non solo il corpo, eppure nessun libro menziona la mia conoscenza estesa delle lingue: venticinque tra lingue e idiomi, ai quali mi interessai perché la mia terra natale, l’Egitto, era popolata da diverse etnie. Ero appena ventenne quando incontrai Cesare, l’uomo a cui avrei offerto il mio ventre e che mi avrebbe donato un figlio, Cesarione. Non aspiravo al trono d’Egitto, né pensavo potesse un giorno appartenermi, amavo solamente tenermi aggiornata, amare ed essere amata. Una pretesa troppo grande per una straniera a Roma. Spesso la mia storia con Cesare viene eclissata da quella con Antonio, tutti ricordate quest’ultima e solo alcuni sanno che prima di Antonio il mio cuore appartenne a Cesare. La nostra relazione durò quattro anni, poi la strategia politica prevalse e di lui Roma decise di non servirsene più.  Fece in tempo a darmi in sposa a mio fratello minorenne, Tolomeo XIV, per assicurarmi la coreggenza e fuggire innamorati in crociera sul Nilo. Fu proprio il matrimonio di facciata a farci incontrare, attratti irresistibilmente l’uno dall’altra. Ma Cesare aveva un’altra donna prima di me e probabilmente fu lei la causa del mio struggimento nel non riconoscere ufficialmente la paternità di nostro figlio. Non era capace di imporre la mia presenza e di legittimare la sua prole, però era capace di far costruire una mia statua in oro nel tempio di Venere genitrice; lo amavo anche per questo, per i suoi eccessi. Quando il fato me lo portò via la mia sofferenza non mi fermò, avevo un compito: regnare. Conobbi Antonio a trent’anni. Dotata di una maturità diversa, guidata dall’ambizione e dalla velleità vissi con lui nel lusso, nel piacere e vissi dunque pienamente, sentendomi una dea. Ci accomunava l’idea di dominio del Mediterraneo orientale e ci teneva uniti l’ardente bisogno l’uno dell’altra. Fu con lui che iniziai a sentirmi parte della mia Terra, per questo mi dotai dell’appellativo di Filopatore, cioè colei che ama la propria terra. Epiteto di origine greca che mi permetteva di rivendicare la mia origine ellenica, non a caso Alessandria era una metropoli multietnica di matrice ellenistica, fondata da Alessandro Magno in persona. Nonostante le difficoltà economiche del regno, sentivo che la mia appartenenza divina mi avrebbe aiutata, io ero Iside, dea della fertilità, vestivo di nero come lei e poco importava che fossi una donna sola al potere. Non avevo bisogno di un soggetto maschile al mio fianco che avvallasse la mia forza. La nascita di un figlio concepito con Antonio non serviva a ufficializzare la mia autorevolezza, bensì ad attuare un’operazione sincretistica tra culti egizi, ellenistici e romani. I miei sforzi innumerevoli a poco valsero, a Roma io restavo una straniera e la cittadinanza romana la detenni a fatica; molti di voi si ostinano a negarmene il possesso. Mi credete ammaliatrice senza scrupoli, colei che ha costretto Antonio ad amarmi, seducendolo col mio corpo e abbindolandolo con le mie parole. Schiavo di Cleopatra al punto da inchinarsi ai miei piedi quando io glielo chiedessi. Avete forse mai pensato che la sua inclinazione naturale alla sottomissione fosse propria del suo essere? Eppure sua moglie Ottavia ne tesseva le tele dell’organizzazione militare, eppur di lei non dite lo stesso che di me, ovvero che fosse succube senza speranza. Parlate, ma non sapete, abbiamo dato ai nostri figli Alessandro e Cleopatra, il nome del Sole e della Luna, Alessandro Helios e Cleopatra Selene, per sottolineare quanto noi fossimo legati all’eterno. Nella frenetica corsa verso la conquista perdemmo, ad Azio Ottaviano ci sconfisse e per un uomo come Antonio questo fu tremendo, non gli restava che sedersi a prua della nave, solo, silenzioso e intento a meditare sulle sorti avverse. Era solo questione di tempo e si sarebbe trasformato in misantropo solitario. Di noi due “viventi inimitabili” restava ormai poco, il sodalizio degli Amimetobioi era sciolto e da avvezzi a vivere in modo inimitabile ne fondammo uno nuovo, il sodalizio dei Synapothanoumenoi, cioè di coloro che si accingono a morire insieme. Morituri insieme sarebbe stato il nostro epilogo. La colpa fu nostra che decidemmo di separarci e la separazione temporanea ci distrusse: lui che mi aveva scritto appassionate lettere d’amore su preziose tavolette di cristallo e onice, divorato dalla tristezza si uccise credendomi morta, io raggiunta dalla notizia della sua triste sorte lo seguii, abbandonandomi all’eterno dentro il mausoleo che insieme avevamo deciso di costruire. Il mio ultimo gesto di ripicca, consapevole di quello che di me sarebbe stato detto, fu di lasciare il mistero sulla reale causa della morte che decisi di darmi. Ancora oggi provate a ipotizzare.

Sia così”.

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