Anno I – Semestrale n.1 – Settembre 2026
BAMBINI ECELLULLARI SEMPRE PIU’ PRECOCI: OPPORTUNITA’ E RISCHI DI UNA CRESCITA CONNESSA
A cura di Francesca Scirè

Negli ultimi anni l’utilizzo dei dispositivi cellulari da parte dei bambini in tenera età e diventato un fenomeno sempre più diffuso. Smartphone e tablet, un tempo considerati strumenti riservati agli adulti, sono ormai entrati stabilmente nella quotidianista delle famiglie, spesso usati per intrattenere, calmare o persino educare i più piccoli.
Il contatto precoce con la tecnologia presenta senza dubbio alcuni aspetti positivi. Esistono applicazioni educative che aiutano i bambini a familiarizzare con colori, numeri, lettere e suoni, stimolando curiosità e apprendimento. In alcuni casi, i dispositivi digitali possono anche favorire lo sviluppo di competenze logiche e linguistiche, soprattutto se utilizzati con moderazione e sotto la supervisione di un adulto.
Tuttavia, esperti e pedagogisti invitano alla prudenza. Un uso eccessivo del cellulare nei primi anni di vita può influire negativamente sullo sviluppo cognitivo, relazionale ed emotivo del bambino. Il tempo trascorso davanti allo schermo, se sostituisce il gioco libero, il movimento e l’interazione diretta con genitori e coetanei, rischia di limitare esperienze fondamentali per la crescita.
Tra le principali preoccupazioni emergono anche i possibili effetti sul sonno, sulla capacita di concentrazione e sulla gestione delle emozioni. L’abitudine a ricevere stimoli rapidi e continui attraverso video, suoni e immagini può rendere più difficile per il bambino tollerare l’attesa, la noia e il silenzio, elementi invece importanti per un sano sviluppo psicologico.
Il punto, quindi, non e demonizzare la tecnologia, ma imparare a usarla in modo consapevole. Le famiglie hanno un ruolo decisivo: stabilire limiti di tempo, scegliere contenuti adatti all’età e accompagnare i bambini nell’esperienza digitale può fare la differenza. Il cellulare non dovrebbe mai sostituire la presenza, il dialogo e il gioco condiviso, che restano strumenti insostituibili nella crescita infantile.
In una società sempre più connessa, educare all’uso corretto dei dispositivi digitali fin dalla prima infanzia rappresenta una sfida urgente. Trovare un equilibrio tra innovazione e benessere e oggi uno dei compiti più importanti per genitori, educatori e istituzioni.

LE PAROLE SCELTE CON CURA
A cura di Lucia Stracquadaini

In un mondo sovrastato dal rumore, riscoprire il valore sacro della parola
scelta con cura non è solo un esercizio di stile, ma un atto di fede che ci
permette di abitare il silenzio e tornare ad edificare l’anima dell’altro.
Si vive in un’epoca di consumismo verbale. Ogni giorno, si è sovrastati da un flusso
ininterrotto di commenti, post, messaggi che, molto spesso, scivolano via senza
lasciare traccia. In questo frastuono verbale, è necessario soffermarsi sul valore
autentico della parola. Sempre più frequentemente, le nuove generazioni, specchio di
una società alla deriva, cercano con fatica il termine esatto che dia un nome a ciò che
provano. Se non si sa chiamare per nome un’emozione, un desiderio o un’ingiustizia,
se ne diventa inevitabilmente prigionieri, confinati in uno spazio di pensiero che si
restringe ogni giorno di più. Chi non ha le parole per descrivere il proprio mondo,
finisce per farselo spiegare e imporre dagli altri.
C’è un dato che non si può più ignorare e che dovrebbe far riflettere tutti: la
progressiva perdita dell’abitudine alla lettura, senza la quale il lessico si impoverisce
sempre di più.
Oggi, si sta assistendo ad una drastica semplificazione del linguaggio. Si usano
aggettivi molto generici per definire tutto, svuotando i concetti del loro peso reale.
Quando il numero di parole che si hanno a disposizione diminuisce, diminuisce anche
la capacità di articolare pensieri profondi e complessi, di cogliere le contraddizioni del
mondo e di esercitare un sano spirito critico.
Leggere non dovrebbe essere un passatempo per pochi né un vezzo d’altri tempi, ma
un atto di resistenza etica. Senza l’esercizio costante della lettura, la lingua diventa
un’arida, e sempre più ristretta, ripetizione di frasi fatte.
Non possedendo un lessico ampio, dal quale attingere parole per esprimere ogni
pensiero, ci si accontenta di definire le cose in modo approssimativo e sempre meno
adeguato.
Vi è una responsabilità profonda in ciò che si dice. La parola scelta con cura, tra le
innumerevoli presenti nel proprio capitale lessicale, è un seme che può generare
qualcosa di buono. La parola è un dono che riflette qualcosa di molto più alto della
mera utilità quotidiana. Usare una parola sbagliata, approssimativa o violenta, non è
solo un errore linguistico: è un’offesa verso la dignità dell’altro. Oggi più che mai, Alda
Merini direbbe: “Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire”.
La carestia verbale odierna non è solo linguistica, ma esistenziale. Se non si hanno più
le parole per descrivere ciò che si prova, si finisce per non saperlo più riconoscere,
diventando spettatori muti di un mondo che non si sa più narrare. Senza sfumature di
linguaggio, il mondo diventa piatto e l’incomprensione sfocia in aggressività. Una
parola povera è spesso una parola violenta, perché priva della pazienza necessaria alla
spiegazione e al confronto. Scegliere le parole con cura è un atto di dignità che
restituisce valore al vivere comune.
Riscoprire la parola che edifica significa scegliere di costruire l’altro, invece di
abbatterlo. Ogni volta che si preferisce l’incoraggiamento alla critica sterile, si sta
edificando qualcosa di bello: una comunicazione che non vuole vincere sull’altro, ma
incontrarlo nel punto esatto della sua umanità.
Anche in un contesto sociale più piccolo, come il paese o la città in cui si vive, dove le
relazioni sono ancora dirette e i volti hanno nomi familiari, la parola scelta con cura
diventa un atto di civiltà suprema. Scegliere di non alimentare il pettegolezzo, di
rifiutare l’insulto facile, è un modo per costruire un ponte verso l’altro.
É necessario, oggi più che mai, custodire il linguaggio, a partire dalle piccole cose e
interrogarsi sul significato profondo dei termini che si usano. Educare alla parola
significa, in fondo, imparare ad amare. Perché dare il nome giusto alle cose è il primo
passo per prendersene cura, per riconoscerne il valore sacro e per abitare
“poeticamente il mondo”, secondo il bellissimo invito di Christian Bobin, come
testimoni consapevoli di una bellezza che attende solo di essere narrata
correttamente.
Una parola densa di significato nasce sempre da un terreno coltivato nel silenzio. Oggi,
si ha paura del silenzio e lo si riempie con un rumore digitale continuo, per evitare di
ascoltare sé stessi. Si distrugge il silenzio, ogni qualvolta lo si sovrasta con il rumore
proveniente dalle tante parole dette, ma per lo più vuote e prive di significato
profondo, che si pronunciano ogni giorno. Wislawa Szymborska spiega perfettamente
questo concetto nei pochi, ma essenziali, versi della sua poesia “Le tre parole più
strane”, nella quale parla di distruzione del silenzio, anche solo pronunciando tale
parola.
Ma è solo nel silenzio che la parola mette radici e diventa capace di comunicare
davvero in modo rispettoso (come ci esorta a fare il “Manifesto della comunicazione
non ostile”). Insegnare e imparare il valore della parola significa saper riflettere.
Significa capire che una risposta rapida non è necessariamente una risposta
intelligente e rispettosa. C’è una sacralità nel tempo speso a cercare la parola adatta a
costruire, invece di demolire. É un lavoro quasi artigianale e spirituale che richiede
pazienza e amore per il prossimo. Soltanto nutrendo il proprio capitale lessicale, con la lettura e l’ascolto attento, si può veramente scegliere con cura le parole da dire e
quelle da non dire.

PERCHE’ SI CELEBRA LA FESTA DELLA DONNA?
A cura di Maria Roberta Interliggi
L’8 marzo si celebra la Giornata internazionale della donna, più comunemente conosciuta come Festa della Donna. Siamo abituati a trascorrere questa giornata tra auguri, mimose e sconti riservati alle donne per aperitivi e cene al ristorante, ma spesso dimentichiamo la storia e il significato di questa ricorrenza.
La prima Giornata della donna si celebrò nel 1909 negli Stati Uniti e negli anni successivi si diffuse in diversi paesi. Nel corso di queste giornate si tenevano delle manifestazioni con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle battaglie che le donne portavano avanti in quegli anni, in particolare sul diritto di voto, negato in quasi tutto il mondo. I vari stati non riuscivano a trovare un accordo sulla data da utilizzare, per questo motivo ogni paese decideva autonomamente quale giorno dedicare a questa ricorrenza, tra la fine di febbraio e la fine di marzo. Un’idea molto diffusa è che sia stato scelto l’8 marzo per ricordare l’incendio di un’industria tessile in cui sarebbero morte un centinaio di operaie, avvenuto appunto l’8 marzo 1908 nella città di New York. In realtà questa storia è una leggenda, perché non esistono articoli di giornale o documenti di altro tipo che provino l’esistenza di questo incidente. Quello che accadde è che molti paesi, dopo la fine della Prima guerra mondiale, cominciarono ad utilizzare questa data in quanto l’8 marzo del 1917, in Russia, si tenne una grande manifestazione, composta per la maggior parte da donne, per chiedere la fine della guerra. Per questo motivo nel 1975 l’ONU scelse l’8 marzo come data ufficiale per celebrare la Giornata internazionale della donna.
L’obiettivo di questa ricorrenza è, da una parte, celebrare le conquiste ottenute, dall’altra, portare l’attenzione sulle disuguaglianze presenti ancora oggi. Sono ancora tante, infatti, le violenze e le ingiustizie che le donne subiscono in tutto il mondo: matrimoni precoci (quelle unioni, cioè, in cui la sposa è minorenne, spesso sotto i 15 anni di età), matrimoni riparatori (in cui la vittima è costretta a sposare il suo carnefice), delitti d’onore, mutilazioni genitali, violenze sessuali, femminicidi, disparità nell’accesso alle cure mediche e all’istruzione.
Ma qual è il senso di questa Giornata in un paese come l’Italia? In fondo, nel corso degli anni, la condizione delle donne è migliorata di molto. A partire dal 1945 le donne hanno il diritto di votare e di farsi eleggere, partecipando così alla vita politica del paese. Per secoli si è ritenuto che fosse inutile far studiare le bambine; oggi le donne, nel campo dell’istruzione, raggiungono risultati migliori degli uomini: ci sono più diplomate che diplomati, più laureate che laureati, con un voto di diploma o di laurea in media più alto rispetto a quello della controparte maschile. Anche in ambito lavorativo sono stati superati tanti limiti e le donne possono ormai intraprendere qualunque carriera, anche quelle a cui è stato vietato l’accesso per molto tempo.
Questi traguardi portano molti a pensare che la parità tra uomo e donna sia stata ormai raggiunta. I dati, però, raccontano un’altra storia.
Le statistiche ci mostrano un divario nel tasso di occupazione di donne e uomini. Nonostante siano più istruite, le donne incontrano molte difficoltà a trovare e a tenersi un lavoro, soprattutto se hanno dei figli. Infatti sono soprattutto loro che, ancora oggi, si fanno carico della maggior parte del lavoro domestico e di cura (sia dei figli che degli anziani della famiglia). In assenza di forme di supporto da parte dello Stato, come asili o assegni familiari, le donne sono spesso costrette a scegliere tra lavoro e famiglia, soprattutto nel sud Italia. Oltre a lavorare meno, poi, le donne guadagnano meno rispetto agli uomini e rappresentano la minoranza nei ruoli dirigenziali. Sicuramente più noto è il problema della violenza sulle donne. Notizie di violenze sessuali e femminicidi sono una presenza fissa nei giornali e telegiornali. Azioni che ci sembrano banali, come lasciare il proprio partner o camminare in una strada isolata, continuano a rappresentare un rischio per la sicurezza di tantissime donne.
Queste sono solo alcune delle difficoltà a cui le donne vanno incontro ancora oggi. Per questo motivo, per quanto è innegabile che siano stati fatti dei progressi, la strada da percorrere per raggiungere la parità tra uomo e donna è ancora lunga.

SAN FRANCESCO D’ASSISI, BREVI RIFLESSIONI IN OCCASIONE DELL’OTTAVO CENTENARIO DALLA MORTE
A cura di Giuseppe Motta

Nel 2026 si celebrano gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi (1226-2026), il “transito” del Santo patrono d’Italia. Le celebrazioni includono un anno giubilare, l’ostensione delle spoglie ad Assisi (febbraio-marzo 2026), eventi culturali e il ritorno al 4 ottobre come festa nazionale, celebrando valori universali come pace, ecologia e fraternità.
Il centenario, che copre l’ultimo periodo della vita del Santo, culmina con la celebrazione della sua Pasqua (morte) nel 2026. Un nuovo logo ufficiale è stato creato per l’evento, che si è aperto il 10 gennaio 2026.
Dal 22 febbraio al 22 marzo 2026 è prevista, per la prima volta, una prolungata ostensione pubblica delle spoglie mortali di San Francesco nella Basilica di Assisi. L’ostensione verrà effettuata nella chiesa inferiore della Basilica.
Dal 2026, il 4 ottobre, festa di San Francesco, tornerà ad essere ufficialmente festa nazionale in Italia. La festa, come si ricorderà, era stata abolita nel 1977 per ragioni di “produttività”.
La figura del Santo, a 800 anni dalla morte, viene promossa come simbolo di pace, dialogo, fratellanza e rispetto per il creato, con un’attenzione particolare a un messaggio moderno e “controcorrente”.
Il motto di San Francesco “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile.” “Inizia dal necessario, passa al possibile e ti ritroverai ad aver fatto l’impossibile.”
La vicenda storica e umana di San Francesco assurge a simbolo universalistico di pace, fraternità, coscienza ecologica e dialogo tra le diverse culture, valori oggi più che mai attuali in una congiuntura storica segnata da conflitti, disuguaglianze e crisi ambientali. Interpretare e diffondere questo messaggio significa farsi promotori di una cultura di pace e responsabilità civile che appartiene a pieno titolo ai caratteri identitari della nostra tradizione nazionale.
San Francesco d’Assisi è infatti riconosciuto come uno degli elementi costitutivi del patrimonio culturale italiano: la sua figura ha ispirato arte, letteratura, pensiero civile e politico, e altro ancora, contribuendo a definire nei secoli un ethos comunitario fondato su dialogo, reciprocità e giustizia sociale.
Con il solenne rito celebrato il 10 gennaio 2026 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli, in Porziuncola, si è ufficialmente aperto l’anno commemorativo del transito del Poverello, nel luogo che custodisce la Cappella dove, nell’autunno del 1226, concluse il suo cammino terreno. Per l’occasione Papa Leone XIV ha indetto uno speciale Anno Giubilare Francescano per l’800° anniversario della morte di San Francesco (3 ottobre 1226), che si concluderà il 10 gennaio 2027.
Intensa la cerimonia cominciata alle ore 10:00 con il saluto di fra Massimo Travascio, Custode della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, proseguita dopo da una solenne processione.
Mi sembra importante ricordare che il Giubileo offre l’indulgenza plenaria ai fedeli che visitano chiese francescane o luoghi di culto collegati, promuovendo la spiritualità di pace e fraternità lasciataci in eredità da San Francesco. L’indulgenza viene concessa dalla Penitenzieria Apostolica ai fedeli che, confessati e comunicati, parteciperanno ai riti giubilari.
Questo anno giubilare se verrà vissuto con la predisposizione a leggere e meditare la vita del Santo, i suoi insegnamenti e i suoi scritti, che sono per tutti noi un testamento spirituale di una grandezza fuori dal comune, potrà aiutarci a farci riflettere nella profondità della nostra anima su ciò che è bene e ciò che è male, se le nostre parole, i nostri pensieri, le nostre azioni, rispecchino il Vangelo o se invece ne siano molto lontani.
Chiediamoci: io nella mia vita lodo Dio? Riesco a riconoscere il suo amore per me, per la mia famiglia? Riesco a vedere negli altri dei miei fratelli in quanto figli dello stesso Dio? Riesco a non fare male agli altri ma solo del bene? Riesco a perdonare chi mi ha fatto del male e a chiedere scusa a chi l’ho fatto io?
Gesù stesso ebbe a dire ai suoi discepoli: “non chi dice Signore, Signore, fa la volontà del Padre mio, ma coloro che ascoltano la mia Parola e si sforzano di metterla in pratica ogni giorno”.
Mi rendo conto che la strada da fare è difficile, ma non abbiamo niente da perdere, solo da guadagnare. Ogni volta che avremo fatto un passo nella direzione giusta ci accorgeremo di stare meglio, almeno con noi stessi. San Francesco ha tanto da insegnarci, la sua vita è un dono per ciascuno di noi.
Buon Anno Giubilare Francescano a tutti. Pace e bene a voi e alle vostre famiglie.

IL TEMPO BIBLICO
A cura di Saltatore Ippolito

Nel racconto della creazione in sette giorni, si evidenzia che Dio, quasi non spreca il tempo alla maniera umana, ma ne fa un buon uso per creare ogni cosa del mondo, con una collocazione temporale ben precisa: il primo giorno, separa il cielo e la terra, la luce dalle tenebre, poi divide il mare dall’asciutto, crea il sole e la luna e così via, trasformando il creato come una culla al servizio esclusivamente per l’umanità, che ne diventa il suo originale custode. Tuttavia Dio si riserva il culmine della creazione nel sesto giorno, quando pone particolare attenzione all’origine dell’uomo e della donna creandoli a Sua immagine: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza. È per tale motivo che l’umanità è destinataria privilegiata di tutto il Suo capolavoro, perché porta in sé, una scintilla divina che la rende distinta dalle altre creature. Nel racconto dei sette giorni della creazione, tutto avviene in festina lente, cioè con rapidità unita all’attesa del tempo giorno dopo giorno e con una efficiente pianificazione, come a rimarcare che quando Dio agisce non va di fretta, non c’è spreco di tempo, ma tutto avviene in un tempo atteso, perfetto e preciso. Oggi la fretta è una condizione di sopravvivenza e si contrappone all’attesa silenziosa. I giovani considerano la calma un vuoto a perdere e impauriti da questo, tentano di soffocare il silenzio con il rumore assordante delle discoteche, con l’accattivante smartphone o l’effetto narcotico delle sostanze; i meno giovani fanno le stesse cose dei ventenni, convinti di mantenersi in forma e gli anziani non accettano la propria senilità rincorrendo modelli grotteschi giovanilistici che danno solitudine e malinconia. È pur vero, la noia è una voce afona della nostra coscienza e spesso la combattiamo con un attivismo disperato, che inevitabilmente ci stanca. In Conclusione: nella creazione Dio ci insegna la riflessione, la cautela, la pianificazione e soprattutto ci anticipa l’eternità con l’attesa, che significa tendere verso, perché ci prepara alla gioia del vero incontro, con il nostro Creatore.

NASCE IL GIORNALE ON LINE PER I FRANCOFONTESI
A cura di Eleonora Gurrieri

Nel giugno del 1764 usciva la prima edizione del periodico Il Caffè. Nell’editoriale scritto da Pietro Verri (illuminista milanese legato alla famiglia del Manzoni) troviamo descritti gli intenti della rivista: rinnovare e incidere sul tessuto socio-culturale attraverso un’ottimistica speranza di miglioramento. Gli argomenti spaziavano dall’economia alla scienza, da temi di carattere civile e morale alla letteratura. Lo stesso intento, senza le alte pretese dell’epoca illuminista, ci proponiamo noi oggi con questo periodico, nella speranza di “accendere piccoli lumi” di speranza per il futuro culturale della nostra comunità. Come chi si muove in punta di piedi per custodire il silenzio e non disturbare, così noi scriviamo in punta di penna per accarezzare le coscienze senza sollevare la polvere delle polemiche.
Prendendo in prestito l’editoriale del Verri, comunichiamo le nostre intenzioni.
Cos’è questo “In punta di penna”? È un foglio di stampa che si pubblicherà ogni sei mesi. Cosa conterrà questo foglio di stampa? Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità. Va bene: ma con quale stile saranno eglino scritti questi fogli? Con ogni stile, che non annoi. E sin a quando fate voi conto di continuare quest’opera? Insin a tanto che avranno spaccio. Se il pubblico si determina a leggerli, noi continueremo per un anno, e per più ancora […] se poi il pubblico non li legge, la nostra fatica sarebbe inutile, perciò ci fermeremo anche al quarto, anche al terzo foglio di stampa. Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto? Il fine d’una aggradevole occupazione per noi, il fine di far quel bene, che possiamo alla nostra patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini, divertendoli […].





