Coniugazione dell’indicativo presente attivo e dell’infinito attivo di εἰμί

Il verbo εἰμί, corrispondente all’italiano «essere» e al latino sum, è senza dubbio il verbo più importante, più antico e più irregolare dell’intera lingua greca. La sua presenza permea ogni livello della letteratura e del pensiero greci, dalla semplicissima proposizione quotidiana alla speculazione filosofica più astratta: non è possibile leggere una sola pagina di Omero, di Platone o di Sofocle senza imbattersi continuamente in esso.

Dal punto di vista grammaticale, εἰμί appartiene alla categoria dei verbi suppletivi e atematici: suppletivi perché le sue forme derivano da ben tre radici distinte dell’indoeuropeo; atematici perché le desinenze personali si attaccano direttamente alla radice, senza la mediazione di una vocale tematica come accade nella maggior parte dei verbi greci. Questa doppia caratteristica lo rende morfologicamente unico e meritevole di uno studio dedicato.

Dal punto di vista filosofico, il verbo εἰμί ha rivestito un ruolo fondamentale nella storia del pensiero occidentale. Parmenide di Elea costruì l’intera sua ontologia attorno alla coppia concettuale τὸ εἶναι (l’essere) / τὸ μὴ εἶναι (il non essere), affermando il celebre principio che «l’essere è e non può non essere». Platone, Aristotele e, molto più tardi, tutta la scolastica medievale svilupparono riflessioni sull’essere che trovano nel greco antico il loro strumento linguistico per eccellenza.

Il presente articolo si propone di offrire un’analisi sistematica e approfondita della coniugazione all’indicativo presente attivo e all’infinito presente attivo di εἰμί, esaminando ciascuna persona nelle tre dimensioni numeriche del greco (singolare, duale e plurale), corredando l’analisi di considerazioni etimologiche, comparatistiche e stilistiche, e completando il percorso con uno schema riassuntivo e con curiosità linguistiche di particolare interesse.

Analisi persona per persona

Procederemo ora con un’analisi dettagliata di ogni forma del presente indicativo attivo, passando attraverso tutte le otto persone del greco. Per ogni forma esamineremo la morfologia, l’etimologia, l’uso sintattico e gli esempi letterari.

Singolare

Prima persona singolare: εἰμί — «io sono»

La prima persona singolare è la forma onomastica del verbo, quella da cui il lemma prende il nome nei dizionari. La desinenza -μί è la desinenza primaria atematica della prima persona singolare (come in τίθη-μι, δίδω-μι) e corrisponde alla desinenza tematica -ω dei verbi regolari (come in λύω). La vocale del dittongo εἰ- si spiega attraverso la radice *h₁ei- con allungamento vocalico compensatorio.

Dal punto di vista comparativo, la corrispondenza con il latino è chiara: sum < *esm, con caduta della sibilante intervocalica; il sanscrito mostra invece ásmi, forma priva di contrazione e dunque più conservatrice, che lascia trasparire perfettamente la struttura originaria radice + desinenza (*es– + *-mi).

Sintatticamente, εἰμί con la prima persona ha due usi fondamentali: (a) come copula (es. ἄνθρωπός εἰμι, «sono un uomo»), dove collega soggetto e predicato nominale; (b) come verbo di esistenza (es. εἰμί, «esisto», «ci sono»). L’uso esistenziale è particolarmente frequente nella filosofia parmenidea, dove τὸ εἶναι diventa categoria ontologica suprema.

Esempio da Platone, Apologia 17a: τοῦτο ὑμῶν δέομαι καὶ παρίεμαι: εἰμί γε δὴ ἀστικός — «questo vi chiedo e vi supplico: sono invero un cittadino.»

Seconda persona singolare: εἶ — «tu sei»

La seconda persona singolare εἶ è la forma più corta e contratta di tutto il paradigma. L’accento circonflesso sul dittongo rivela una contrazione: la forma originaria era *ἐσσί (ancora visibile nella lingua omerica come εἶς o ἐσσί, cfr. dialetto dorico ἐσσί). La doppia sigma si è semplificata in una sola, poi la vocale ε si è allungata e il risultato finale è il monossillabo εἶ.

Questa forma è una delle due non enclitiche del paradigma (insieme a εἰσί) e porta sempre il suo accento, indipendentemente dalla parola che la precede. Questo la distingue nettamente dalla particella εἰ (scritto uguale ma senza accento), che introduce le proposizioni ipotetiche. Nella pronuncia antica e moderna ricostruita la differenza era apprezzabile, ma nella scrittura l’accento è l’unico discrimine.

In greco attico l’imperativo presente di εἰμί alla seconda persona è ἴσθι, forma ben diversa da εἶ. Questo vale a chiarire che εἶ è esclusivamente indicativa: «tu sei» e non «sii tu».

Esempio da Sofocle, Edipo Re 413: σὺ τυφλός, τά τ᾽ ὦτα τόν τε νοῦν τά τ᾽ ὄμματ᾽ εἶ — «tu sei cieco, e nelle orecchie e nell’intelletto e negli occhi.»

Terza persona singolare: ἐστί(ν) — «egli/ella/esso è»

La terza persona singolare ἐστί è senz’altro la forma più frequente dell’intero paradigma. La desinenza -τι è la desinenza primaria della terza singolare atematica (come in τίθη-σι, δίδω-σι), che in greco attico ha subito l’aspirazione davanti a pausa o prima di consonante, producendo la variante con -σι. La forma con ν finale ἐστίν è il cosiddetto ν efelcistico: si aggiunge davanti a parole che iniziano per vocale o in fine di enunciato, per evitare lo iato o arrotondare il ritmo della frase.

Come già accennato, ἐστί è enclitica ma può diventare ortofonica (portare il proprio accento) in due casi precisi: (1) quando è all’inizio di frase o proposizione; (2) quando esprime esistenza o possibilità («c’è», «è possibile»). In questo secondo uso la forma diventa ἔστι con accento sulla prima sillaba, distinguendosi così dalla forma copulativa.

La distinzione tra ἐστί (copula, enclitica) e ἔστι (esistenziale, ortofonica) è una finezza fondamentale nella grammatica greca, spesso trascurata dagli studenti principianti ma essenziale per una lettura accurata dei testi. Aristotele la sfrutta sistematicamente nella Metafisica per distinguere i diversi sensi dell’essere.

Esempio copulativo (Platone, Repubblica 330e): ὁ πλοῦτος πολλοῦ ἄξιός ἐστι — «la ricchezza è di grande valore.» Esempio esistenziale (Omero, Iliade I 63): ἔστι τις οἰωνοπόλων — «c’è qualcuno fra gli indovini.»

Duale

Il duale è una delle caratteristiche più affascinanti del greco antico (e dell’indoeuropeo in generale), quasi interamente scomparsa dalle lingue moderne occidentali. Esso si usava per indicare esattamente due entità, distinguendosi così dal singolare (una sola) e dal plurale (tre o più). Il greco arcaico e classico manteneva forme duali in nomi, aggettivi, verbi e pronomi; già nell’attico del V secolo a.C. il duale cominciava a cedere terreno al plurale, e nella koiné ellenistica era praticamente scomparso.

Per εἰμί, il duale presenta solo due forme (seconda e terza persona, la prima persona duale non è attestata nel greco classico):

Seconda persona duale: ἐστόν — «voi due siete»

La forma ἐστόν si usa quando il soggetto è composto da esattamente due persone a cui ci si rivolge. La desinenza -τον è la desinenza duale tipica dei verbi atematici per la seconda persona (e anche per la terza, come vedremo). Il suono ο della desinenza potrebbe essere interpretato come un residuo di una vocale di collegamento o come una desinenza duale arcaica comune a molte lingue indoeuropee (cfr. sanscrito -thas per la 2ª duale).

Esempi letterari del duale di εἰμί sono relativamente rari rispetto alle forme singolari e plurali. Si trovano più frequentemente in Platone, dove il dialogo tra due interlocutori permette naturalmente l’uso di questa forma. Un contesto tipico è quello in cui Socrate si rivolge a due allievi o interlocutori simultaneamente.

Terza persona duale: ἐστόν — «quei due sono»

Notevole è il fatto che la terza persona duale di εἰμί è identica alla seconda persona duale: entrambe fanno ἐστόν. Questo fenomeno di sincretismo morfologico (due persone grammaticali che coincidono nella stessa forma) è caratteristico non solo di εἰμί ma di tutti i verbi greci al duale: la seconda e la terza persona duale sono sempre uguali.

Il contesto sintattico è l’unico elemento che permette di disambiguare le due forme: se la frase ha un soggetto esplicito di terza persona duale (come τὼ παῖδε, «i due fanciulli»), si tratta della terza duale; se invece la forma fa parte di un’allocuzione diretta, è la seconda duale.

Nelle tragedie greche il duale è spesso usato per coppie iconiche: i Dioscuri (Castore e Polluce), i due Atridi (Agamennone e Menelao), Edipo e Antigone. Questa sovrapposizione di forma e contenuto drammatico dà al duale una carica espressiva particolare, quasi poetica. In Sofocle, la coppia Antigone-Ismene è spesso interpellata al duale, sottolineando la loro intimità di sorelle.

Plurale

Prima persona plurale: ἐσμέν — «noi siamo»

La prima persona plurale ἐσμέν mostra chiaramente la radice ἐσ- (< *h₁es-) unita alla desinenza primaria della prima plurale atematica -μεν. La desinenza -μεν è perfettamente conservata in sanscrito (-mas, con leggera alterazione), in antico irlandese (-mid) e nel latino su-mus (con trasformazione della nasale).

In greco omerico e in alcuni dialetti la forma εἰμέν (con dittongo iniziale invece di ε breve) compare come variante, mostrando l’influenza della radice εἰ- della prima singolare. La forma attica ἐσμέν è però quella standardizzata nel dialetto letterario per eccellenza.

L’uso filosofico di ἐσμέν è particolarmente significativo: nei dialoghi platonici la prima persona plurale crea una comunità epistemica tra Socrate e l’interlocutore. «Noi siamo» non è solo un dato grammaticale, ma una condivisione di essere e di ricerca. La maieutica socratica si gioca spesso sulla tensione tra il εἰμί (io sono, so) e l’ἐσμέν (noi siamo, cerchiamo insieme).

Seconda persona plurale: ἐστέ — «voi siete»

La seconda persona plurale ἐστέ si presenta con la radice ἐσ- e la desinenza -τε, desinenza primaria della seconda plurale atematica. La desinenza -τε è forse la più conservativa e riconoscibile dell’intero sistema: il latino es-tis, il sanscrito s-tha e il gotico sijuþ mostrano tutti varianti della stessa radice indoeuropea.

Nella letteratura greca, ἐστέ è frequentemente usato nelle allocuzioni corali e nelle orazioni. Nelle tragedie, il coro si rivolge ai personaggi usando spesso la seconda plurale. Nelle orazioni giudiziarie di Demostene e Lisia, ἐστέ, ὑμεῖς ἐστέ («voi siete») è una formula retorica potente per coinvolgere l’uditorio e sottolineare la sua identità collettiva.

Esempio da Demostene, Filippiche I: ὑμεῖς, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, ἐλεύθεροι ἐστέ — «voi, o Ateniesi, siete liberi.»

Terza persona plurale: εἰσί(ν) — «essi/esse sono»

La terza persona plurale εἰσί è la seconda forma non enclitica del paradigma. Come la prima singolare εἰμί, utilizza la radice εἰ- (< *h₁ei-). La desinenza -σι è la desinenza primaria della terza plurale atematica (si confronti τιθέ-ασι, διδό-ασι).

Il ν efelcistico εἰσίν segue le stesse regole già descritte per ἐστίν. Questa forma ha una distribuzione dialettale omogenea: Omero usa εἰσί esattamente come l’attico. La corrispondenza con il latino sunt richiede una spiegazione: il latino ha perso il dittongo originario e ha sviluppato una forma da *senti (con rotacismo e caduta delle consonanti finali). Ancora più vicino al greco è il sanscrito sánti e l’antico persiano hanti.

La terza plurale εἰσί svolge un ruolo centrale nelle proposizioni presentative del tipo εἰσί τινες οἳ… («ci sono alcuni che…»), costruzione che introduce relativa narrativa. In Platone questa struttura è quasi un tic stilistico: il filosofo usa spesso εἰσί τινες per introdurre esempi o classi di individui al servizio di un argomento generale.

Schema riassuntivo della coniugazione

La seguente tabella presenta in forma compatta l’intera coniugazione del presente indicativo attivo di εἰμί, comprensiva di traslitterazione e traduzione. Le forme enclitiche non portano accento autonomo nella pronuncia e nella scrittura dipendono dall’accento della parola precedente.

PersonaNumeroForma grecaTraslitt.Traduzione
Singolareεἰμίeimíio sono
Singolareεἶtu sei
Singolareἐστί(ν)estí(n)egli/ella è
Dualeἐστόνestónvoi due siete
Dualeἐστόνestónquei due sono
Pluraleἐσμένesménnoi siamo
Pluraleἐστέestévoi siete
Pluraleεἰσί(ν)eisí(n)essi/esse sono

Le forme enclitiche sono: εἰμί, ἐστί(ν), ἐστόν, ἐσμέν, ἐστέ. Le forme non enclitiche (con accento autonomo) sono: εἶ e εἰσί(ν). Fa eccezione ἔστι (con accento sull’iniziale) quando ha valore esistenziale.

L’infinito attivo: εἶναι

L’infinito presente attivo di εἰμί è εἶναι, con accento circonflesso sul dittongo iniziale. Si pronuncia eînai e corrisponde all’italiano «essere», al latino esse.

Formazione morfologica

L’infinito εἶναι è formato dalla radice εἰ- cui si aggiunge la desinenza dell’infinito atematico -ναι. Questa desinenza -ναι è caratteristica di tutti gli infiniti atematici: si confrontino τιθέ-ναι, διδό-ναι, ἱστά-ναι. L’accento circonflesso su εἶ- è regolare per la contrazione di ε + ε = ει circonflessa.

Usi sintattici e semantici di εἶναι

L’infinito εἶναι ha una gamma di usi sintattici straordinariamente vasta. Eccone i principali:

1. Uso sostantivato con articolo: La costruzione τὸ εἶναι («l’essere», «l’esistere») è la nominalizzazione del verbo per eccellenza. Questa è la forma in cui Aristotele introduce l’ontologia nella Metafisica: τὸ ὂν ᾗ ὄν («l’essere in quanto essere») nasce dal participio, ma τὸ εἶναι ne è il corrispettivo verbale astratto. La locuzione diventa il fondamento della metafisica occidentale.

2. Infinito oggettivo: Dopo verbi di volontà, intenzione, capacità: βούλομαι εἶναι ἀγαθός («voglio essere buono»). L’infinito qui complementa il verbo principale.

3. Infinito soggettivo: Con costruzioni impersonali o con verbi che esprimono necessità/opportunità: δεῖ τοὺς ἄρχοντας δικαίους εἶναι («è necessario che i governanti siano giusti»).

4. Infinito narrativo (storico): In certi autori, soprattutto nelle orazioni, l’infinito è usato in dipendenza da verbi di dire o raccontare: λέγουσι τὸν θεὸν εἶναι ἀθάνατον («dicono che il dio sia immortale»).

5. Accusativo con l’infinito: La costruzione accusativo + infinito, fondamentale in greco come in latino, usa comunemente εἶναι: νομίζω τοῦτον σοφὸν εἶναι («ritengo che costui sia sapiente»). Qui il soggetto dell’infinito è all’accusativo e il predicato è all’accusativo concordato.

εἶναι nella filosofia greca

La centralità filosofica di εἶναι è impareggiabile. Parmenide di Elea, nel suo Poema sulla natura (V sec. a.C.), costruisce l’intera sua argomentazione attorno ai due percorsi possibili per il pensiero: ἔστι τε καὶ ὡς οὐκ ἔστι μὴ εἶναι («è e non può non essere») versus οὐκ ἔστι («non è»). Il secondo percorso è dichiarato impensabile: il non essere non si può né pensare né dire.

Platone sviluppa questa tradizione nel dialogo Il Sofista, dove la distinzione tra essere assoluto (τὸ ὄντως ὄν) e essere partecipativo delle idee diventa il cuore della sua ontologia. Aristotele, rispondendo a entrambi, distinguerà i molteplici sensi dell’essere (τὸ ὂν λέγεται πολλαχῶς, «l’essere si dice in molti modi»), usando εἶναι come strumento analitico di primaria importanza.

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