La vita, quella autentica, non curiosa

“Momenti esistenziali” nella poesia di Salvo Basso

(Articolo di Nuccio Randone. Lettura delle poesie a cura di Concita Linguanti)

Oggi è sempre più in aumento il frequentare da parte di adulti e  adolescenti, spinti da crisi economica e da spot pubblicitari che trasmettono messaggi illusori, tutti quei luoghi dove si può giocare lecitamente (slot machine, gratta e vinci, lotto, superenalotto, ecc.) o d’azzardo on line, cosa che tra l’altro si può fare anche dalle proprie case, insomma tutti quei luoghi finalizzati ad attività che ad altro non servono che ad alienare dalle fatiche e dai problemi quotidiani chi, in quei luoghi, perde il suo tempo e spreca la sua vita nell’illusione che quell’inferno frequentato, un giorno possa trasformare la sua vita in un paradiso, illusione vana in quanto il paradiso terrestre, la felicità assoluta e piena non è mai esistita se non come condizione mancante e quindi desiderante: l’uomo è desiderio di felicità assoluta[1].

La vita, quella autentica, non curiosa è, infatti, la vita vissuta ormai fuori dal paradiso terrestre, non più all’ombra dell’albero, ma nel deserto della vita, di quella vita fatta di lacrime e sangue, è la vita dei più poveri, dei tanti anziani dimenticati, degli esclusi, di chi è scartato per il colore della pelle o il proprio orientamento sessuale, la vita di chi non ha diritto allo jus soli in quanto lo jus sanguinis di nazista memoria gli impedisce di diventare nostro concittadino misconoscendolo come nostro fratello, è la vita di chi, schiavizzato da tutte quelle mafie che si nutrono della vigliaccheria dei  collusi e dell’apatia della nuova borghesia, non può progettarsi una propria vita ma arriva a perdere pure il proprio nome fino a diventare cosa loro[2].

        E’ questa la vita autentica, reale che noi tutti affrontiamo e viviamo ogni giorno, non è  solo la vita degli altri che ci incuriosisce in quanto sembra non appartenerci, ma, questa vita autentica e non curiosa, è la vita di tutti in quanto tutti ne facciamo parte in modi, tempi e forme diverse, tutti viviamo una vita autentica e non curiosa fatta di  quei “momenti esistenziali” che la poesia di Salvo Basso ci narra in modo così sorprendente al punto da farci “incuriosire” e “riflettere” su questa nostra vita, sulla vita, quella autentica, non curiosa”.

Salvo Basso e la politica

Circolo ermeneutico tra cultura e città responsabile

La città  non è una semplice realtà biologica che può cambiare e migliorare con una modificazione genetica spontanea o per selezione naturale come avviene in natura, non ci sarà mai un momento, da aspettare, in cui il paese e i suoi cittadini cambieranno spontaneamente, la città infatti è una realtà culturale, antropologica e sociale, fatte cioè di persone che si relazionano e il cambiamento, il miglioramento di una città dipende dalla cultura presente nel territorio ma viceversa il livello di cultura presente nel territorio dipende dalla situazione sociale di un paese.

 In altri termini un paese senza cultura avrà cittadini senza capacità di assunzione critica di responsabilità: Questo significa che se si vuol misurare e capire il livello di responsabilità di un paese e dei suoi cittadini, basta misurare il livello culturale dello stesso per cui meno cultura meno responsabilità civile, dove per cultura non si deve però intendere ovviamente soltanto il titolo di studio, ma quella capacità di mettere l’esperienza e le proprie conoscenze al servizio della collettività per coltivare, fare cultura, ovvero far crescere esperienze collettive, politiche di giustizia  e di bene comune.

In quest’ottica, Salvo Basso, come assessore alla pubblica istruzione del comune di Scordia svolge un appassionato programma politico teso alla crescita culturale delle popolazioni della Sicilia sudorientale  coinvolgendo nel suo entusiasmo altri giovani politici della sua terra, organizza conferenze, laboratori di poesia e di filosofia, fiere del libro, e grazie alla sua attività Scordia, “paese dove non c’è neppure un albergo” come spesso ripeteva, diviene il crocevia dove artisti e scrittori di tutta Italia si incontrano, si fece promotore di una politica culturale con al centro l’idea di “città educativa”, una città in cui l’impegno della politica fosse rivolto all’educazione e alla cultura.

Salvo Basso poeta post-moderno

La “Democrazia Intellettuale” è stata la grande conquista del pensiero post-moderno segnato da quello che Gianni Vattimo chiama il “pensiero debole” che supera l’epoca illuministica e definitivamente quella medievale segnate rispettivamente dal razionalismo e dalla metafisica.

L’epoca moderna ha inteso la Ragione  come una ragione univoca e forte che se da una parte ha segnato la nascita dell’uomo moderno e della sua autonomia dall’altra parte però ha mostrato i suoi limiti con la deriva tecnocratica, l’organizzazione capitalistica del processo economico mirante a perseguire il vantaggio individuale nella convinzione che questo avrebbe favorito realisticamente il bene della collettività e infine con un ethos razionale ma di una razionalità come dicevamo forte e assolutizzante e univoca.

Il post-moderno invece ha messo a nudo l’incompiutezza della modernità ed è passata da una antropologia del dominio ad una antropologia della comunicazione: grazie alla comunicazione, mondi tra loro incompatibili e normalmente non comunicanti, vengono di fatto avvicinati e obbligati a stare insieme, a entrare in competizione o sintesi.

  Nella molteplicità e nella contraddittorietà il post-moderno vede un segno di democrazia e un antidoto contro ogni forma di violenza e di totalitarismo. La rinuncia alla totalità unificante e assolutizzante, e il rifiuto dell’identitarismo, liberano lo spazio per l’alterità e la differenza.

Il post-moderno non intende ricondurre questa diversità a una qualche prospettiva unitaria, intende invece presentare questa pluralità radicale e contraddittoria come conquista e non come una confusione, come una liberazione e non come una perdita, affinché  gli uomini, ogni uomo in quanto diverso da un altro, possano fare strada assieme e costruire in-sieme un mondo più umano e umanizzante, un mondo costruito a partire dagli uomini e non a partire da grandi sistemi frutto del pensiero forte, frutto di grandi ideologie.

Non più quindi  la Ratio moderna illuministica ma “le ragioni-degli-altri”, altri visti non più come nemici o soggetti spersonalizzati che debbono seguire un unico pensiero, ma che hanno prospettive diverse, prospettive che possono essere sociologiche, teologiche, ecologiche, psicologiche. Quindi l’altro e la sua prospettiva diventa aiuto e completamento della mia comprensione della vita e non nemico da “convertire” al psicologismo, al filosofico, al teologico, perché  tutto in fondo è psicologico, teologico, filosofico ecc, ogni saper infatti è limitato rispetto al tutto, un tutto (La verità)  che non può essere afferrato da un unico  sapere e nemmeno essere la somma dei saperi, ma rimarrà sempre un tutto visto da prospettive diverse per cui l’altro diventa l’unica possibilità che ho di vedere il tutto, la realtà della vita, la verità da altre prospettive oppure si può scegliere di rimanere per sempre nella propria prospettiva identitaria che può sfociare nella violenza quando questa diventa pretesa di essere  un sapere e una visione unica, invadente e presuntuosa, di aver capito da sola il tutto.

 Nella rinuncia a ogni unificazione ideologica, tipica del post- moderno, si può apprezzare un pensiero e una logica sociale aperta alla pluralità della vita e delle persone, tollerante (categoria tra l’altro superata in quanto l’altro non vuole essere tollerato ma riconosciuto con il suo volto) verso ogni esperienza e ogni messaggio, rispettoso della responsabilità di ogni libertà umana aperta sempre, in questa logica e da quanto detto, al rispetto delle libertà altrui e viceversa contro ogni forma di libertinismo radicale, individuale dimentico della dimensione sociale, collettiva, comunitaria, per il bene comune, della liberta, dimensione riscoperta in fondo proprio dal pensiero debole

Scrive Salvo Basso nella poesia “E’ Logico”: «E’ logico è sociologico è teologico è ecologico è psicologico che debba essere io l’unico tra tutti a pagare». Una visione pluralista della realtà, tipica del pensiero post-moderno.

 “Momenti Esistenziali” nella poesia di Salvo Basso[3]

La morte e il morire

Lo scrivere e la poesia

L’amore e l’amare

Sono questi “I Momenti Esistenziali” presenti nella poesia di Salvo Basso  e su cui mi vorrei brevemente soffermare.

La morte e il morire

La morte oggi è diventata un tabù da scacciare dalle menti e dai sentimenti delle persone, una realtà, perche tale è la morte, di cui non se ne deve parlare e anzi, sulla scia della mentalità nord-Americana, si deve esorcizzare presentandola come il momento del “dolcetto o scherzetto”. Il pericolo di questa visione della morte e del morire di cui il Poeta Basso è assolutamente distante, è che dimenticando la morte in se, ci si dimentica, non ci si accorge e non si comprendono più le continue morti quotidiane a cui assistiamo(la povertà come realtà ormai planetaria, immigrati, precarietà della vita, ecc).

La poesia di Basso invece ci narra la morte proprio a partire dalle morti quotidiane, frutto del non vivere o della mancata possibilità del vivere con dignità. La morte allora, in Basso, come appello alla vita e al vivere, non un qualunquistico “si vive una volta sola, godiamoci la vita”, ma la morte come possibile presenza in ogni vita, il possibile accadimento della morte non a fine vita, ma durante la vita come vita finita in quanto non vissuta. La morte in Basso non è tanto un rimando ad un’eternità nell’aldilà a cui lui, come scrive nella poesia A Santo Marino, non crede:«Ma no che non ci credo a questa o ad altre eternità», ma appello a una vita vissuta, a una vita da vivere in ogni qui e ora.

La vita e il vivere, visti  alla luce del morire, sono per il poeta non una semplice realtà biologica, la vita come organismo vivente, o una res , una cosa tra le altre, ma è ethos nel suo significato etimologico: Originariamente il termine greco ethos significava “il posto da vivere”, dalla stessa radice greca deriva il termine ethikos,“teoria del vivere”: Solo l’uomo è un soggetto etico cioè responsabile di fronte a se stesso e agli altri, capace di scegliere e agire liberamente, oserei dire che solo l’uomo è capace di vivere o meglio di scegliere di vivere ogni volta che si getta nel mondo e vive il suo qui e ora assieme agli uomini e donne che incontra nel suo cammino, ma drammaticamente è anche capace di scegliere liberamente di non vivere, di lasciare che il tempo e lo spazio non siano più le coordinate della sua esistenza “per”, di una libertà da esercitare “per”, ma diventano semplicemente dei binari che ci conducono alla morte ogni volta che trasformiamo la nostra libertà non in vista di un “per” ma in vista di un liberi “da” ogni impegno e quindi una libertà che ci libera dal vivere per abbracciare la morte quotidiana del disimpegno e del nichilismo.

Emblematica di questa visione del morire è la poesia “ha ffattu”: «…»

Commento: La signorina della poesia non ha vissuto la sua vita l’ha guardata scorrere dietro il vetro e per lei il tempo che scorre consuma la sua vita; al contrario in una vita vissuta, impegnata, ogni giorno che passa gettati nel mondo oltre il vetro, ogni giorno vissuto con la dignità di poter guardare le persone negli occhi e non da dietro un vetro, non è un giorno in meno della mia vita, non consuma la mia vita, ma è un giorno in più che riempie la mia vita e le quattro gocce di acqua di oggi non sono come quelle di ieri anche queste sono diverse come ogni giorno nuovo. Pensate al detto siciliano “comu tagghionna ta scura” per capire la morte quotidiana della signorina della poesia.

La morte in Basso non solo non è un rimando ad un’eternità nell’aldilà a cui lui, come detto non crede,non solo è quindi appello a una vita vissuta, a una vita da vivere in ogni qui e ora per non morire, appunto, ma non è nemmeno la fine della vita ma passaggio da questa all’aldiquà dei ricordi e degli affetti per un’eternità terrena

Emblematica di questa visione del morire è la poesia “Non venire quando sarò morto”«…»

Commento: I fiori, la preghiere, la foto, il mio nome sono i simboli della morte, sono i simboli di un funerale in itinere e perenne; mentre il libro che lui ha scritto sono il massimo esercizio della vitalità di un poeta, esercizio dell’arte del vivere. Il libro, il suo libro è ciò che lo rende ancora vivo e vivente, presente agli altri, attestazione del suo esistere ancora. E allora non venire quando sarò morto a trovare un morto ma uno che ancora è vivo..metti sulla mia tomba il libro che abbiamo scritto assieme.

E la stessa idea di rimanere vivi nelle nostre opere, nelle opere della nostra vita emerge anche nella poesia A Santo Marino pittore siciliano scomparso tragicamente.

L’essere eternamente vivi attraverso il nostro essere ricordati nelle e per le nostre opere rimanda quasi al memoriale biblico: ricordare rendendo presente l’evento ricordato.

La poesia allora come una celebrazione liturgica memoriale che ci rende presenti, vivi nei ricordi e negli affetti.

Attenzione il poeta scrive«Non c’è luogo, non c’è memoria…penso che domani non ti telefonerò»,come dire non c’è luogo o memoria che ti riporti in vita e ti faccia rispondere al telefono. Qui emerge come il poeta non evade la drammaticità della morte avvenuta, il dolore per il distacco avvenuto, di una vita che non c’è più, di quello che Giobbe dice “ i tuoi occhi saranno su di me e io più non sarò”.

Ma il poeta fa un salto spirituale approdando alla visione  di un altro testo biblico con cui da il titolo ad un’altra sua poesia e cioè “il Cantico dei cantici”: forte come la morte e l’amore. L’amore, il ricordo affettuoso ci rende vivi per sempre.

Lo scrivere e la poesia

 Per il poeta Basso la poesia non si crea o inventa dal nulla, non si fabbrica o costruisce a tavolino, ma può venire solamente da dentro di noi, da noi, dalla nostra intimità segnata dalle esperienze della vita, insomma per lui la poesia la si può solo generare come un figlio.

La poesia “Nun sacciu scriviri poesii bboni ppe concorsi”, esprime in profondità lo scrivere e la poesia per Salvo Basso, «…».

Commento: Per Basso Scrivere è un viaggio alla ricerca di se stessi nella propria intimità e interiorità, è in fondo un andare alla ricerca di se stessi e ciò è molto faticoso proprio perche dirsi le cose è molto più difficile del sentirsi dire delle cose: Non possiamo mentire a noi stessi;

La poesia allora come ricerca di se stessi e una volta che la generi trovi te stesso, ti specchi in lei come un padre nel figlio: la poesia è parte di te, è te, viene da dentro di te, è frutto della tua vita…è tua figlia!!!

Le poesie interiori, quelle che stanno dentro di noi, che ci raccontano la nostra anima, portarle fuori in parole, punti e virgole giuste non è qualcosa di accademico, la poesia non si può fabbricare o inventare ma è un avvenimento, un accadimento poetico da aspettare. L’ispirazione poetica per lui è un’irruzione da “ sperare, pregare(fede-fiducia) e quindi da scrivere”, come una sorta di quelle che in teologia si chiamano virtù teologali dove alla fede e alla speranza segue la carità, cosi per Basso alla fede e alla speranza segue la poesia come carità come espressione d’amore, dono d’amore a se stesso e agli altri.

L’amore e l’amare

L’amore può essere un amore per se stessi, per gli altri e per l’altra: nel primo caso è un amore diremmo narcisistico, nel secondo un amore Agapico, nel terzo un amore Erotico. Nel poemetto “Canticanticu” viene narrato proprio quest’amore Erotico.

L’anima è sottoposta a tante sollecitazioni ed è soprattutto preda costante di Eros, che non sente ragioni e quanto meno te lo aspetti scompiglia la nostra vita. L’Eros allora è quell’amore inteso come desiderio, desiderio di un corpo che rende quindi lo stesso dimora, linguaggio d’amore, richiesta e offerta d’amore.

Scrive Eugenio Scalfari che «L’Eros è quel fuoco irrazionale che scuote la nostra anima e forse è proprio in questa “curvatura erotica dell’essere” che si trova il senso della nostra specificità di essere umani: Noi Desideriamo desiderare» e quando il desiderio erotico arriva ci sentiamo essere umani desiderosi(solo noi facciamo sesso anche per o solo per piacere, sesso erotico e non come gli animali per un bisogno istintivo) di donarci e di accogliere totalmente facendo del nostro corpo e delle nostre passioni un linguaggio, una manifestazione e una richiesta d’amore.

Nelle sue poesie Basso ci narra allora tutte le forme dell’amore da quello agapico verso gli altri come in A Santo Marino a quello erotico come in “Canticanticu”.

Conclusione

Volevo concludere questo articolo, con la poesia  “Mo frati guida bbonu”«…»

Commento:

Dinanzi alla notizia di una malattia incurabile come quella di un tumore al cervello, la vita si ferma e aspettiamo la morte che ci venga a prendere: sono due le scelte difficili che si prospettano, o farsi trovare già morti dalla morte o, scelta fatta da Basso e da quanti ho conosciuto personalmente, di arrivare vivi alla morte, fare aspettare alla morte il raggiungimento della pienezza di vita di cui parlavo prima.

Ma c’è un altro atteggiamento che il poeta Basso rifiuta è cioè quello che alla tragicità della notizia fa seguito una sorta di frenesia del vivere che fa perdere purtroppo la bellezza della semplicità dei gesti e del vivere, quella frenesia che si riscontra soprattutto negli altri come “quei lunghi saluti” di cui si parla nella poesia “cchi ssù”e a cui lui  preferisce la semplicità “di festeggiare due fratelli vivi che si vogliono bene con un panino mortadella e galbanino”e continuare a scrivere poesie.

Il poeta Basso nella malattia non cerca la consolazione ma attraverso quell’amore agapico descritto in “papà tutti i paroli ca”da consolazione ai suoi genitori perché sa che, come ha cantato il poeta Fabrizio De Andrè , “chi diede la vita ebbe in cambio una croce”!!!

«…»

La malattia allora come compagna di viaggio verso quella eternità terrena in cui la vita finisce ma per traboccare nei ricordi e negli affetti di chi ci ama, quell’eternità terrena raggiunta dal poeta Basso e scritta per sempre nei suoi versi poetici.


[1] Sul rapporto tra desideri indotti e consumismo, Cfr. N. RANDONE, Per una Didattica Relazionale,  in www.blogdidattico.it

[2] Sul nome rubato dalle Mafie, Cfr. ID., Gli Irrecuperabili non esistono, in www. liceovittorinigorgia.edu.it 

[3] Le poesie prese in esame in questo articolo sono contenute in R. Pennisi (a cura di), Salvo Basso. Scriviriscriviri. Antologia (1979-2002), Novara 2014;dallo stesso testo riporto alcune notizie su Salvo Basso: Salvo Basso nasce a Giarre, in provincia di Catania, il 23 ottobre 1963. Cresce a Scordia, centro agricolo della Piana di Catania, dove compie studi regolari conseguendo la maturità scientifica. Successivamente si laurea in Filosofia nell’Università di Catania con il massimo dei voti e la lode. Manifesta giovanissimo una precoce vocazione letteraria, iniziando presto a collaborare a fogli locali con poesie, aforismi, riflessioni e divenendo uno dei principali animatori dell’associazione culturale Nadir. Nel 1994 diviene assessore alla pubblica istruzione del Comune di Scordia, dal 1998 anche con le funzioni di vicesindaco, svolgendo un appassionato programma politico teso alla crescita culturale delle popolazioni della Sicilia sudorientale e coinvolgendo nel suo entusiasmo altri giovani politici della sua terra. Organizza in quegli anni conferenze, laboratori di poesia e di filosofia, fiere del libro, e grazie alla sua attività Scordia, «paese dove non c’è neppure un albergo» come spesso ripete, diviene il crocevia dove artisti e scrittori di tutta Italia si incontrano. Le sue poesie intanto vengono pubblicate sulle riviste “Il battello ebbro”, “Molloy” e “Via Lattea”. Negli anni novanta scrive poesie soprattutto in dialetto siciliano, utilizzando un linguaggio fulminante e corrosivo. Mentre cresce l’attenzione sulla sua poesia, e mentre si prepara alla competizione politica per la carica di sindaco a Scordia, nei primi giorni di agosto del 2001 si manifestano i primi sintomi di una grave malattia. Il 14 agosto viene sottoposto a Milano a un intervento chirurgico per tentare di asportare un tumore al cervello. Seguono mesi di sofferenze durante i quali continua a scrivere. Muore a Scordia il 26 aprile 2002, pochi giorni dopo l’uscita del libro Ccamaffari. Non era sposato e non aveva figli.

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