Coniugazione dell’ottativo presente di δείκνυμι

Il greco antico possiede un sistema verbale di straordinaria ricchezza, articolato in modi, tempi, voci, numeri e persone con una precisione che poche lingue al mondo possono vantare. Tra i modi verbali — indicativo, congiuntivo, ottativo, imperativo, infinito e participio — l’ottativo occupa una posizione del tutto peculiare, tanto da essere stato denominato dai grammatici antichi e moderni il «modo del desiderio» (dal latino optativus, derivato da opto, «desidero»).
L’ottativo nasce, storicamente, come modo che esprimeva un desiderio realizzabile, una speranza, una possibilità. Esso si distingue nettamente dal congiuntivo, con cui è spesso messo a confronto: mentre il congiuntivo proietta l’azione verso il futuro con una certa aspettativa di realizzazione, l’ottativo allontana ulteriormente l’azione dalla realtà, rendendola più ipotetica, eventuale, augurale. In molti contesti il congiuntivo corrisponde a un «forse accadrà», l’ottativo a un «potrebbe accadere», oppure «voglia il cielo che accada».
Dal punto di vista tipologico, l’ottativo greco è una delle rarissime sopravvivenze di un modo indoeuropeo molto antico, il cosiddetto modo ottativo protoindoeuropeo, caratterizzato da un suffisso specifico (-*yeh₁-/-*ih₁-) che nel greco classico si è fuso con la vocale tematica del verbo, dando origine alle desinenze caratteristiche -οι- (temi tematici) e -ιη-/-ι- (temi atematici).
Nella grammatica greca, l’ottativo è impiegato in una varietà sorprendente di costruzioni sintattiche: nelle proposizioni indipendenti come ottativo desiderativo, nelle proposizioni subordinate dopo verba dicendi et sentiendi al passato (cosiddetto ottativo obliquo), nelle condizionali ipotetiche (cosiddette condizionali della possibilità), nelle finali e nelle temporali, nelle interrogative indirette, e in molti altri contesti dipendenti dal tipo di reggente e dal tempo della narrazione.
In questo articolo ci concentreremo su un caso specifico e didatticamente molto significativo: l’ottativo presente attivo di δείκνυμι, uno dei verbi atematici in -μι più studiati nelle grammatiche di greco antico. L’analisi sarà condotta persona per persona, nei tre numeri (singolare, duale, plurale), con attenzione alla morfologia, alla semantica, alle peculiarità dialettali e ai contesti d’uso.
Analisi persona per persona
Il Numero Singolare
Prima Persona Singolare: δεικνύοιμι
Trascrizione fonetica: /deiknýoimi/
Traduzione: «io possa mostrare», «io mostrassi», «voglia io mostrare»
La prima persona singolare dell’ottativo presente attivo di δείκνυμι si costituisce della radice δεικνυ-, seguita dal suffisso d’ottativo -οι- e dalla desinenza personale -μι. La desinenza -μι è la forma «primaria» della prima persona singolare (la stessa dell’indicativo presente), ma in questo contesto assume valore potenziale/desiderativo.
Dal punto di vista accentuativo, l’accento cade sulla sillaba -νύ-: poiché la terminazione -μι conta come sillaba breve, e la penultima (-οι-) è breve, la regola del trisillabismo vorrebbe l’accento sulla terzultima, che è appunto -νύ-. L’accento è quindi un acuto sulla terzultima, coerente con le regole dell’accentazione greca.
Nella sintassi, la prima persona singolare dell’ottativo è frequentissima nelle espressioni di desiderio. Si trova, per esempio, in frasi del tipo εἴθε σοι τοῦτο δεικνύοιμι, «voglia il cielo che io possa mostrarti questo». In Omero le espressioni desiderative di prima persona all’ottativo sono spesso introdotte da particelle come εἴθε o εἰ γάρ.
| Contesti d’uso della 1ª persona singolare • Ottativo desiderativo: espressione di un desiderio personale del parlante • Ottativo potenziale con ἄν: «io potrei mostrare» (es. δεικνύοιμι ἄν) • Ottativo obliquo: in subordinata dipendente da verbo al passato • Prosa attica: in discorso indiretto dipendente da ἔλεγεν (egli diceva che…) |
Seconda Persona Singolare: δεικνύοις
Trascrizione fonetica: /deiknýois/
Traduzione: «tu possa mostrare», «tu mostrassi», «che tu possa mostrare»
La seconda persona singolare è formata da δεικνυ- + -οι- + -ς. La desinenza -ς è la caratteristica universale della seconda persona singolare in tutte le forme verbali greche, ed è la medesima che si trova nell’indicativo, nel congiuntivo e nell’imperativo (quest’ultimo con variazioni).
Sul piano fonetico, questa forma presenta una particolarità storica interessante: la sequenza -οις- è un dittongo lungo seguito da consonante, il che influisce sulla sillabazione. In greco attico, -οις- è trattato come sillaba chiusa con dittongo, quindi l’accento rimane sulla -νύ- per le medesime ragioni della prima persona.
Il contesto d’uso più tipico della seconda persona singolare dell’ottativo è l’ottativo potenziale con la particella ἄν: δεικνύοις ἄν, «potresti mostrare». Questa struttura è caratteristica delle condizionali ipotetiche del tipo «se volessi, potresti mostrare», dove la protasi contiene un congiuntivo o un ottativo, e l’apodosi un ottativo + ἄν.
In Platone, per esempio, la seconda persona singolare dell’ottativo è ampiamente utilizzata nelle domande retoriche socratiche, dove Socrate chiede al suo interlocutore se egli «possa» o «saprebbe» fare o dimostrare qualcosa. Questo rende δεικνύοις particolarmente adatto ai contesti dialectici filosofici.
Terza Persona Singolare: δεικνύοι
Trascrizione fonetica: /deiknýoi/
Traduzione: «egli/ella/esso possa mostrare», «che mostrasse», «potrebbe mostrare»
La terza persona singolare è morfologicamente la più notevole dell’intera coniugazione: essa consiste unicamente in δεικνυ- + -οι, senza alcuna desinenza consonantica aggiunta. La forma coincide con il dittongo -οι finale. Questa coincidenza con la forma del dativo singolare dei temi in -ο (es. λόγοι, al dativo di λόγος) non crea però ambiguità nel contesto sintattico.
Storicamente, la terza persona singolare dell’ottativo atematico aveva in origine una desinenza -τ, caduta regolarmente in finale di parola nel greco storico. La forma quindi non è affatto «incompleta»: è il risultato regolare dell’evoluzione fonetica dal protoindoeuropeo, dove *-ih₁-t dà regolarmente greco -οι (< *-oyh₁-t > -oit > -oi per caduta di -t finale).
Dal punto di vista sintattico, la terza persona singolare è la più frequente nell’ottativo obliquo. In costruzioni come ἔλεγεν ὅτι δεικνύοι, «diceva che (egli) mostrava/avrebbe mostrato», il verbo della subordinata trasforma l’indicativo del discorso diretto in ottativo nel discorso indiretto. Questa trasformazione — chiamata attrazione modale — è uno dei meccanismi sintattici più eleganti e studiati del greco classico.
| Curiosità sulla 3ª persona singolare • È omofona con il dativo singolare di molti sostantivi e aggettivi (es. λόγοι = ‘alla parola’) • Il contesto sintattico è l’unico elemento disambiguante • In ionico-omerico, a volte compare la forma δεικνύοιεν per la 3ª pl., mai per la sing. • La desinenza zero (Ø) è un arcaismo indoeuropeo ben documentato |
Il Numero Duale
Il numero duale è una delle caratteristiche più arcaiche e affascinanti del greco antico. Esso esprime un’azione compiuta da esattamente due soggetti, e si distingue pertanto sia dal singolare che dal plurale. Il greco classico conserva il duale in modo più sistematico rispetto ad altre lingue indoeuropee, sebbene già in epoca attica esso stia cedendo terreno al plurale in molti contesti. Omero lo usa abbondantemente; la prosa attica del V-IV secolo a.C. lo impiega soprattutto per riferirsi a coppie naturali (occhi, mani, fratelli, etc.).
Una particolarità morfologica del duale nell’ottativo è che la seconda e la terza persona condividono la stessa forma nel presente e nell’imperfetto, ma si distinguono nel perfetto. Nell’ottativo presente attivo di δείκνυμι, la seconda e terza persona del duale divergono (δεικνύοιτον per la seconda, δεικνύοιτην per la terza), seguendo il modello generale dei verbi atematici.
Seconda Persona Duale: δεικνύοιτον
Trascrizione fonetica: /deiknýoiton/
Traduzione: «voi due possiate mostrare», «che voi due mostriate»
La seconda persona duale è formata da δεικνυ- + -οι- + -τον. La desinenza -τον è comune a seconda e terza persona duale nell’indicativo presente, ma si mantiene esclusiva della seconda nell’ottativo (dove la terza ha -την). La -τ- iniziale della desinenza è una consonante molto antica, riconducibile alle desinenze duali del protoindoeuropeo.
Questa forma è rarissima nei testi greci antichi, riflettendo la già accennata recessione del duale nella prosa attica. La si incontra principalmente in testi poetici, o quando l’autore vuole sottolineare esplicitamente che i soggetti sono due. Platone, nelle sue opere, usa il duale con discreta frequenza, soprattutto in dialoghi dove i personaggi sono appunto due.
Terza Persona Duale: δεικνύοιτην
Trascrizione fonetica: /deiknýoitēn/
Traduzione: «quei due possano mostrare», «che quei due mostrassero»
La terza persona duale si distingue dalla seconda per la desinenza -την anziché -τον. La differenza è nella vocale finale: -ον (omicron, breve) vs -ην (eta, lunga). Questa distinzione è morfologicamente regolare e si ritrova in tutti i tempi e i modi che possiedono il duale. La vocale lunga -η- della terza persona duale ha radici nelle desinenze del duale indoeuropeo per la terza persona (*/*(e)th₂/ → greco -την).
Anche questa forma è di rarissima attestazione nei testi. Le grammatiche la riportano sistematicamente per completezza del paradigma, ma nella pratica della lettura di testi greci classici la si incontra solo eccezionalmente. Questo non diminuisce la sua importanza morfologica: essa è uno dei segni più chiari della conservazione di arcaismi grammaticali nel greco classico.
Il Numero Plurale
Prima Persona Plurale: δεικνύοιμεν
Trascrizione fonetica: /deiknýoimen/
Traduzione: «noi potessimo mostrare», «che noi mostrassimo», «potremmo mostrare»
La prima persona plurale è formata da δεικνυ- + -οι- + -μεν. La desinenza -μεν è la tipica marca della prima persona plurale in quasi tutti i modi e tempi del verbo greco, ed è una delle più stabili desinenze dell’intera flessione verbale. La si ritrova invariata dall’omerico al greco classico, e perfino nel greco moderno (sebbene in forme molto alterate).
La prima persona plurale dell’ottativo si presta particolarmente bene a esprimere un ottativo esortativo di prima persona plurale: «che noi potessimo mostrare!», «vogliamo mostrare!». In questo uso, l’ottativo funge quasi da sostituto dell’imperativo di prima persona (che il greco non possiede), esprimendo un invito rivolto a se stesso e al gruppo di cui si fa parte.
Nell’ottativo potenziale, invece, δεικνύοιμεν (ἄν) significa «noi potremmo mostrare», indicando una possibilità aperta ma non realizzata. Questa costruzione è particolarmente frequente in contesti deliberativi: «se avessimo il tempo, potremmo mostrare la prova».
Seconda Persona Plurale: δεικνύοιτε
Trascrizione fonetica: /deiknýoite/
Traduzione: «voi possiate mostrare», «che voi mostriate», «potreste mostrare»
La seconda persona plurale si forma con δεικνυ- + -οι- + -τε. Anche qui la desinenza -τε è la stessa che caratterizza la seconda persona plurale nell’indicativo, nell’imperativo e in altri modi. È una delle desinenze più caratteristiche e riconoscibili del sistema verbale greco.
In contesti di ottativo obliquo, δεικνύοιτε ricorre nelle subordinate dipendenti da un verbo principale al passato con soggetto di seconda persona plurale. Es.: ἔλεγεν ὅτι δεικνύοιτε τὴν ἀλήθειαν, «diceva che voi mostravate la verità». In questo caso l’ottativo sostituisce un indicativo del discorso diretto originale.
Terza Persona Plurale: δεικνύοιεν
Trascrizione fonetica: /deiknýoien/
Traduzione: «essi possano mostrare», «che essi mostrassero», «potrebbero mostrare»
La terza persona plurale è morfologicamente la più discussa. La desinenza -εν (o nella variante -ασι dell’indicativo) è qui preceduta dall’elemento ottatival -οι-, dando il composto -οιεν. In molte grammatiche si trova anche la variante δεικνύοιησαν (con la desinenza lunga -ησαν), ma nella forma attica classica δεικνύοιεν è la forma standard e preferita.
La terza persona plurale dell’ottativo è la forma più attestata dopo la terza singolare, poiché entrambe sono le persone di riferimento per il discorso indiretto e le subordinate in genere. In Tucidide, Erodoto e Platone si trovano numerosi esempi di subordinate con soggetto di terza plurale all’ottativo.
Nell’ottativo desiderativo, δεικνύοιεν si usa per auguri rivolti a terze persone: εἴθε δεικνύοιεν τὴν ἀρετήν, «voglia il cielo che essi possano mostrare la virtù». Questa funzione augurativa è letterariamente molto frequente, soprattutto nella poesia lirica e nelle tragedie.
Schema riassuntivo della coniugazione
Il seguente schema sintetizza tutte le forme dell’ottativo presente attivo di δείκνυμι, con indicazione della trascrizione fonetica approssimativa e della traduzione italiana corrispondente. Le forme sono presentate nell’ordine tradizionale: singolare, duale, plurale.
| Numero / Persona | Forma greca | Suffisso | Traduzione it. |
| 1ª sing. | δεικνύοιμι deikny-oi-mi | -οιμι | io possa mostrare |
| 2ª sing. | δεικνύοις deikny-oi-s | -οις | tu possa mostrare |
| 3ª sing. | δεικνύοι deikny-oi | -οι | egli possa mostrare |
| 2ª duale | δεικνύοιτον deikny-oi-ton | -οιτον | voi due possiate |
| 3ª duale | δεικνύοιτην deikny-oi-tēn | -οιτην | quei due possano |
| 1ª plur. | δεικνύοιμεν deikny-oi-men | -οιμεν | noi potessimo |
| 2ª plur. | δεικνύοιτε deikny-oi-te | -οιτε | voi possiate |
| 3ª plur. | δεικνύοιεν deikny-oi-en | -οιεν | essi possano |




