Coniugazione del congiuntivo attivo di εἰμί

Tra i verbi della lingua greca antica, εἰμί (“essere”, “esistere”) occupa un posto del tutto privilegiato: è il verbo più frequente, più irregolare e, per molti aspetti, più filosoficamente carico dell’intera tradizione letteraria ellenica. Già Platone, Aristotele e i tragici lo impiegano con una densità e una profondità che nessun altro verbo può vantare. Prima ancora che strumento grammaticale, εἰμί è il verbo dell’ontologia, il verbo che fonda l’esistenza stessa del discorso.
Il congiuntivo, d’altra parte, è il modo verbale che esprime la sfera del possibile, del desiderabile, del dubitabile e del temuto. Mentre l’indicativo afferma ciò che è, il congiuntivo contempla ciò che potrebbe essere, ciò che si vuole che sia, ciò di cui si dubita che sia. È il modo della prospettiva soggettiva, della volontà, della contingenza.
L’incontro tra questi due giganti grammaticali — il verbo dell’essere e il modo della possibilità — produce forme di straordinaria pregnanza sintattica e semantica. Il congiuntivo attivo di εἰμί è, in un certo senso, il punto in cui la grammatica tocca la filosofia: esprimere la possibilità di essere o di non essere è il cuore stesso della riflessione greca sull’esistenza.
Questo articolo si propone di analizzare sistematicamente ogni persona del congiuntivo attivo di εἰμί — singolare, duale e plurale — illustrandone la morfologia, l’etimologia, la pronuncia, i contesti d’uso e le particolarità sintattiche, con abbondanti esempi tratti dalla letteratura classica.
Analisi persona per persona
Singolare
1ª persona singolare: ὦ
Morfologia
La forma ὦ è il risultato della contrazione tra la radice verbale ἐσ- e la vocale congiuntivale -ω. La consonante sigma della radice cade (come avviene regolarmente davanti a vocale e in posizione intervocalica nella fonetica greca), e rimane la sola vocale omega lunga: ὦ. L’accento circonflesso su questa vocale non è casuale: è l’accento di contrazione, che si forma quando una vocale breve e una vocale lunga si fondono in una sola sillaba lunga.
Si noti che ὦ è una forma monosillabica, cosa rarissima per una forma verbale flessiva. La sua brevità è al tempo stesso una sfida per il lettore — occorre disambiguarla dal contesto — e un pregio per il verso, poiché si adatta con grande flessibilità ai diversi schemi metrici.
Pronuncia
Nell’Attico classico (V-IV sec. a.C.): [ɔː] — una vocale posteriore arrotondata lunga. Nell’Erasmiano (pronuncia usata comunemente negli studi moderni): [oː], simile alla “o” italiana ma prolungata.
Ambiguità e disambiguazione
La forma ὦ è omofona (o quasi) con altre forme:
- ὦ come esclamazione vocativa (“O!”, “Ah!”)
- ὦ come forma dell’ottativo di εἰμί (raro, ma presente in alcuni dialetti)
In genere il contesto sintattico — presenza di una congiunzione subordinante come ἵνα, ὅπως, ὡς, ἐάν, ecc. — risolve l’ambiguità.
Usi sintattici principali
- Congiuntivo in proposizioni finali (con ἵνα, ὅπως, ὡς + congiuntivo): ἵνα ὦ σοφός — “affinché io sia saggio”
- Congiuntivo in proposizioni condizionali eventuali (con ἐάν/ἄν + congiuntivo): ἐάν ὦ ἄξιος — “se (per caso) io sia degno”
- Congiuntivo dubitativo (in domande retoriche indirette): οὐκ οἶδα εἰ ὦ ἄξιος — “non so se io sia degno”
Osservazione filosofica
La 1ª persona singolare del congiuntivo di εἰμί — “che io sia” — è forse la forma più carica di implicazioni filosofiche dell’intera grammatica greca. Essa esprime la possibilità dell’esistenza propria, la contingenza del sé. Non a caso, il filosofo Parmenide di Elea costruisce il suo poema proprio attorno alla dicotomia “è” / “non è”, e i grammatici greci successivi usano il congiuntivo di εἰμί per spiegare l’idea di possibilità ontologica.
2ª persona singolare: ᾖς
Morfologia
La forma ᾖς deriva da ἐσ- + -ῃς (desinenza congiuntivale 2ª singolare). La sequenza ἐ + η si contrae in ῃ, e l’aggiunta di sigma finale produce ᾖς. L’eta con iota sottoscritto (ῃ) nella desinenza è la vocale lunga caratteristica del congiuntivo di 2ª singolare; il sigma finale è la desinenza personale di 2ª singolare attiva. L’accento — un circonflesso sulla sola sillaba — riflette nuovamente la contrazione.
Pronuncia
Nell’Attico classico: [ɛːs] — eta è una “e” aperta lunga, il sigma è breve e finale.
Nota sulla desinenza -ῃς
La desinenza -ῃς del congiuntivo di 2ª singolare è spesso fonte di confusione per gli studenti, perché si avvicina graficamente a forme dell’imperfetto e dell’ottativo. È fondamentale distinguere:
| Forma | Modo/Tempo | Significato |
|---|---|---|
| εἶ | Indicativo presente | tu sei |
| ᾖς | Congiuntivo presente | che tu sia |
| ἦσθα / ἦς | Indicativo imperfetto | tu eri |
| εἴης | Ottativo presente | tu potresti/vorresti essere |
Usi sintattici principali
- Proposizioni finali: ἵνα ᾖς εὐδαίμων — “affinché tu sia felice”
- Condizionali eventuali: ἐάν ᾖς ἄξιος — “se tu (per caso) sia degno”
- Proposizioni relative con sfumatura eventuale: ὃς ἂν ᾖς σοφός — “chiunque tu sia saggio”
- Domande indirette dubitative: σκόπει εἰ ᾖς ἄξιος — “considera se tu sia degno”
Nota pedagogica
La 2ª persona singolare del congiuntivo di εἰμί è una delle forme più frequenti nella prosa di Platone, dove spesso compare in proposizioni ipotetiche del tipo ἐὰν ᾖς ὅ φημι — “se tu sei ciò che dico”. Platone usa questa struttura per mettere alla prova l’interlocutore dialogico, creando quella tensione tipica del metodo socratico.
3ª persona singolare: ᾖ
Morfologia
La 3ª persona singolare ᾖ è morfologicamente identica a ᾖς tranne per l’assenza del sigma finale. Questo è coerente con il sistema desinenziale del greco antico, in cui la 3ª persona singolare del congiuntivo attivo ha la desinenza -ῃ (senza sigma), mentre la 2ª ha -ῃς (con sigma). La radice ἐσ- + -ῃ → ᾖ. La grafia è un’eta con iota sottoscritto (η + ι = ῃ).
Pronuncia
Attico classico: [ɛː] — pura vocale lunga aperta. È una delle forme verbali più brevi possibili in greco.
Ambiguità critica: ᾖ vs ᾖς
La distinzione tra ᾖ (3ª sing.) e ᾖς (2ª sing.) è affidata unicamente alla presenza o assenza del sigma finale. In manoscritti non puntati o con grafia incerta, questa distinzione può essere difficile. Gli editori critici della letteratura greca devono talvolta scegliere tra le due forme sulla base del contesto logico.
Frequenza e importanza
La 3ª persona singolare è, di gran lunga, la forma più frequente del congiuntivo di εἰμί in tutta la letteratura greca. Questo perché la maggior parte delle proposizioni subordinate di interesse grammaticale hanno un soggetto di 3ª persona: “affinché egli sia”, “se qualcosa è”, “chi sia“, ecc.
Usi sintattici principali
- Proposizioni finali: ἵνα ᾖ δίκαιος — “affinché sia giusto”
- Condizionali eventuali (ἐάν + cong.): ἐὰν τοῦτο ᾖ ἀληθές — “se questo (per caso) è vero”. Questa costruzione è fondamentale in Platone e negli oratori attici.
- Proposizioni temporali eventuali (ὅταν, ἐπειδάν + cong.): ὅταν ᾖ δυνατόν — “ogni volta che sia possibile”
- Proposizioni relative con valore eventuale (ὅς ἄν + cong.): ὃς ἂν ᾖ δίκαιος — “chiunque sia giusto”
- Proposizioni di timore (δέδοικα μή + cong.): δέδοικα μὴ ᾖ ψεῦδος — “temo che sia menzogna”
- Interrogative indirette dubitative: οὐκ οἶδα εἰ ᾖ σοφός — “non so se sia saggio”
Il caso speciale: ᾖ nelle condizionali eventuali
In costruzioni ipotetiche di tipo “eventuale” (protasi con ἐάν + cong., apodosi con indicativo futuro o presente), la forma ᾖ di εἰμί nella protasi indica che la condizione è contemplata come possibile nel futuro:
ἐὰν ᾖ καλός, ἐρῶ αὐτόν — “Se sarà bello (qualora lo sia), lo amerò”
Questa struttura è frequentissima negli oratori attici (Demostene, Lisia, Isocrate) per formulare leggi, condizioni contrattuali e prescrizioni etiche.
Esempio letterario
Nel Simposio di Platone (211b), nella celebre scalata alla Bellezza assoluta descritta da Diotima, la forma congiuntivale di εἰμί compare in un contesto di straordinaria profondità:
ὅταν ᾖ καλόν — “ogni volta che (qualcosa) sia bello”
L’uso del congiuntivo qui non è casuale: esso segnala che la bellezza relativa delle cose particolari è eventuale, contingente, soggetta a condizioni — in contrasto implicito con la Bellezza assoluta, che invece è (indicativo), necessariamente e sempre.
Duale
2ª e 3ª persona duale: ἦτον
Morfologia
La forma ἦτον deriva da: radice ἐσ- + vocale congiuntivale lunga -η- + desinenza duale -τον. La sequenza produce ἐσ-ητον → ἦτον (con caduta del sigma intervocalico e contrazione ε + η → η).
La desinenza -τον è comune a 2ª e 3ª persona duale in tutti i modi verbali greci (tranne l’indicativo imperfetto, dove la 3ª duale ha -την). Le due persone sono pertanto identiche: la disambiguazione è affidata esclusivamente al contesto sintattico.
Traduzione
2ª duale: “che voi due siate” / 3ª duale: “che essi/esse due siano”
Importanza poetica del duale
I poeti epici e lirici usano il duale con una pregnanza del tutto speciale: esso non è solo grammatica, ma una scelta poetica che sottolinea il legame, l’inscindibilità di due entità. In Omero, la coppia Achille-Patroclo è sovente designata con forme duali, che nel congiuntivo di εἰμί esprimerebbero qualcosa come “affinché essi due siano” — l’auspicio che la coppia rimanga unita, esista come unità indivisa.
Contesti d’uso
Il duale, quando compare, riguarda coppie: due persone che dialogano, due fratelli, due eroi, due atleti. In tragedia, è frequente nelle scene che coinvolgono coppie di personaggi: Antigone e Ismene in Sofocle, Oreste e Pilade in Eschilo. Il congiuntivo duale di εἰμί compare in prescrizioni e speranze rivolte a queste coppie:
ἵνα ἦτον ὁμόνω — “affinché voi due siate concordi”
Nei dialoghi platonici, dove spesso ci sono un maestro e un allievo — due interlocutori — il duale è particolarmente appropriato e talvolta usato da Socrate con una punta di ironia quando si rivolge contemporaneamente a due interlocutori.
Plurale
1ª persona plurale: ὦμεν
Morfologia
La forma ὦμεν deriva da: radice ἐσ- + vocale congiuntivale -ω- + desinenza plurale -μεν. La sequenza ἐσ + ω + μεν → ὦμεν (il sigma cade, la vocale si allunga in omega). La desinenza -μεν è la desinenza primaria attiva di 1ª plurale, identica in congiuntivo e indicativo (dove però la vocale tematica è breve: -ομεν).
Pronuncia
Attico: [ɔːmen]. Erasmiana: [oːmen]. Da notare l’assonanza con il latino omen (“presagio”) — una coincidenza puramente fonetica, ma suggestiva.
Il congiuntivo esortativo di 1ª plurale
La 1ª persona plurale del congiuntivo è la forma per eccellenza del congiuntivo esortativo, detto anche adhortativo. Esso esprime un’esortazione rivolta al gruppo che include il parlante: “siamo!”, “facciamo sì di essere!”.
ὦμεν ἄνδρες ἀγαθοί! — “Siamo uomini valorosi!” (esortazione collettiva)
Questa costruzione è frequentissima nella letteratura militare, politica e morale: in Tucidide nei discorsi dei generali, in Senofonte nell’Anabasi, in Demostene nelle arringhe politiche.
Proposizioni finali
ἵνα ὦμεν ἐλεύθεροι — “affinché siamo liberi”
Questa frase, o formule analoghe, risuonano in tutta la letteratura ateniese del V-IV sec., in particolare nelle orazioni funebri (epitaphioi logoi) e nei dibattiti politici. Il congiuntivo di εἰμί in 1ª plurale è il modo in cui i Greci esprimevano l’aspirazione collettiva alla libertà, alla giustizia, alla dignità civica.
Esempio letterario
Nell’Anabasi di Senofonte (III, 1, 15 e sgg.), i generali greci, dopo il tradimento persiano, si rivolgono ai soldati con discorsi in cui compaiono forme congiuntivali di εἰμί in 1ª plurale: l’esortazione a essere greci, a essere liberi, a essere valorosi — verbi di stato che, al congiuntivo, diventano progetti esistenziali collettivi.
2ª persona plurale: ἦτε
Morfologia
La forma ἦτε deriva da: radice ἐσ- + vocale congiuntivale -η- + desinenza -τε. La sequenza ἐσ + η + τε → ἦτε. Si noti che, diversamente dalla 1ª e 3ª persona plurale (che usano omega), la 2ª persona plurale usa eta come vocale congiuntivale — un fenomeno morfologico che riflette la distribuzione ω/η nelle desinenze del congiuntivo attico.
Pronuncia
Attico: [ɛːte]. Erasmiana: [eːte].
Usi sintattici principali
- Proposizioni finali (esortazione o comando rivolto a “voi”): ἵνα ἦτε σώφρονες — “affinché voi siate saggi/moderati”
- Condizionali eventuali: ἐὰν ἦτε εὐγενεῖς — “se voi siete nobili di animo”
- Proposizioni di timore o divieto: ὁράτε μὴ ἦτε ὄκνηροί — “badate di non essere pigri”
- Interrogative indirette: οὐκ οἶδα εἰ ἦτε ἄξιοι — “non so se voi siate degni”
Il congiuntivo di divieto (μή + cong.)
Un uso particolarmente importante della 2ª persona plurale del congiuntivo (spesso alternativo all’imperativo) è nel divieto con μή:
μὴ ἦτε ἄφρονες — “non siate stolti!”
Questo costrutto è frequente in Platone nei momenti in cui Socrate ammonisce i propri interlocutori, e in Isocrate nelle esortazioni agli Ateniesi.
3ª persona plurale: ὦσι(ν)
Morfologia
La forma ὦσι(ν) è la più complessa morfologicamente. Deriva da: radice ἐσ- + vocale congiuntivale -ω- + desinenza -σι(ν). La desinenza -σι(ν) è la desinenza primaria attiva di 3ª plurale (con nu efelcistico opzionale), la stessa che appare nell’indicativo presente come -ουσι(ν) (con la vocale tematica).
Il risultato ὦσι(ν) è dunque: radice contratta ὦ- + -σι(ν). L’accento è circonflesso sulla prima sillaba (sede della contrazione).
Il nu efelcistico
La forma ὦσιν (con nu finale) compare davanti a parola che inizia per vocale o alla fine di frase. La forma ὦσι (senza nu) compare davanti a consonante. Questa alternanza è puramente fonetica e non cambia il significato.
Frequenza e importanza
La 3ª persona plurale del congiuntivo di εἰμί è una delle forme più frequenti in prosa attica, perché la maggior parte dei contesti generali richiede la 3ª plurale: “affinché le cose siano”, “se gli uomini sono”, “chiunque sia“.
Usi sintattici principali
- Proposizioni finali: ἵνα ὦσιν εὐδαίμονες — “affinché essi siano felici”
- Condizionali eventuali: ἐὰν ὦσιν ἄξιοι — “se essi (per caso) sono degni”. Questa struttura è cruciale nelle leggi ateniesi: le iscrizioni legali usano sistematicamente ἐάν + congiuntivo per descrivere le condizioni di applicabilità di una norma.
- Proposizioni relative eventuali: ὅσοι ἂν ὦσιν ἐλεύθεροι — “quanti siano liberi” / “tutti coloro che sono liberi”
- Proposizioni temporali: ἕως ἂν ὦσι ζῶντες — “finché siano vivi”
- Proposizioni di timore: δέδοικα μὴ ὦσι ψευδεῖς — “temo che siano falsi”
Esempio letterario notevole
Nella Repubblica di Platone, in numerosi passaggi in cui Socrate descrive le condizioni per la città giusta, compare la struttura:
ἐὰν ὦσιν οἱ ἄρχοντες φιλόσοφοι — “se i governanti sono filosofi”
Il congiuntivo qui non è indicativo (εἰσίν): Platone non afferma che i governanti sono filosofi (questo sarebbe troppo ottimista), ma ipotizza eventualmente che lo possano essere — congiuntivo eventuale, perfettamente appropriato al registro utopico-ipotetico della Repubblica.
Schema riassuntivo della coniugazione
| Numero | Persona | Forma greca | Traslitterazione | Traduzione |
|---|---|---|---|---|
| Singolare | 1ª | ὦ | ō | (che) io sia |
| Singolare | 2ª | ᾖς | ēis | (che) tu sia |
| Singolare | 3ª | ᾖ | ēi | (che) egli/ella sia |
| Duale | 2ª | ἦτον | ēton | (che) voi due siate |
| Duale | 3ª | ἦτον | ēton | (che) essi/esse due siano |
| Plurale | 1ª | ὦμεν | ōmen | (che) noi siamo |
| Plurale | 2ª | ἦτε | ēte | (che) voi siate |
| Plurale | 3ª | ὦσι(ν) | ōsi(n) | (che) essi/esse siano |




