Coniugazione dell’ottativo attivo di εἰμί

Il greco antico possiede una ricchezza modale che nessun’altra lingua indoeuropea moderna conserva nella stessa misura. Accanto all’indicativo, al congiuntivo e all’imperativo — modi ben noti agli studenti di lingue moderne — il greco classico mantiene vivo il modo ottativo (ἡ εὐκτικὴ ἔγκλισις), una categoria verbale di straordinaria eleganza semantica che esprime sfumature di realtà alternative, desideri, ipotesi e possibilità lontane dalla sfera del certo e del reale.
Il nome stesso — ottativo — deriva dal latino optativus, a sua volta calco del greco εὐκτική (da εὔχομαι, «pregare», «desiderare intensamente»). La denominazione rivela immediatamente l’uso primario e originario di questo modo: l’espressione del desiderio, della speranza, del voto. Un greco che dicesse εἴη τοῦτο ἀληθές non stava semplicemente affermando che «questo è vero» né ponendo una domanda; stava esprimendo il desiderio che quella cosa fosse vera — «Oh, che questo fosse vero!», «Voglia il cielo che sia così!»
Ma la funzione dell’ottativo è molto più vasta di questa origine etimologica. Nei secoli del greco classico — da Omero all’età ellenistica, con apice nella prosa e nella poesia attica del V e IV secolo a.C. — l’ottativo assolve ruoli sintattici complessi: regge le proposizioni ipotetiche di terzo tipo (le cosiddette «ipotesi della possibilità»), compare nelle interrogative indirette, nelle finali con ἵνα o ὅπως in dipendenza da un passato, e in molte costruzioni di oratio obliqua. È, in una parola, il modo della non-realtà plausibile.
All’interno di questo sistema modale, un posto del tutto particolare spetta all’ottativo del verbo εἰμί, «essere». Proprio perché «essere» è il verbo per eccellenza, il più astratto e il più frequente, il suo ottativo attraversa trasversalmente l’intera produzione letteraria greca — da Omero a Platone, da Sofocle a Tucidide. Impararne la coniugazione non è un esercizio meramente formale: è entrare nel cuore grammaticale di una lingua millenaria.
εἰμί e il suo ottativo: premesse grammaticali
Il verbo εἰμί — «essere», «esistere», «trovarsi» — è uno dei verbi più anomali e suppletivi della grammatica greca. È un verbo atematico, il che significa che le sue desinenze si attaccano direttamente alla radice senza la mediazione della vocale tematica (-ο/-ε-) che caratterizza la maggior parte dei verbi greci. Questa atemacità lo rende in qualche misura irregolare rispetto al paradigma «normale», ma è proprio in questa irregolarità che si annida la sua grande antichità: εἰμί è un fossile linguistico che ci riporta all’indoeuropeo comune, alla radice *h₁es- («essere»), da cui discendono il latino esse, il sanscrito asti, il tedesco ist, l’inglese is.
L’ottativo di εἰμί si forma a partire dalla radice εἰ- (variante della radice tematica del presente) cui si aggiunge il suffisso ottatrice atematico -ιη-/-ι- (nelle forme con suffisso ridotto) e le desinenze attive. Questa è la forma considerata «attica» per eccellenza, quella attestata nella grande produzione letteraria del periodo classico. Esistono forme dialettali e omeriche — come ἔοι — ma l’ottativo «standard» che si studia nei licei e nelle università è quello della tradizione attica.
Nota morfologica — Il suffisso ottativo dei verbi atematici è -ιη- nelle persone in cui la vocale è lunga (come nel singolare), e -ι- nelle persone in cui la vocale è breve (come nel plurale). Questo fenomeno di alternanza quantitativa — detto apofonia o alternanza vocalica — è un tratto arcaico ereditato dall’indoeuropeo e ben conservato nei verbi atematici greci.
La coniugazione dell’ottativo di εἰμί conta tre numeri: singolare, duale e plurale, per un totale di otto forme distinte (mancando la prima persona duale, come di consueto nel greco). Ognuna di queste forme merita un’analisi dettagliata non solo sotto il profilo morfologico, ma anche per il suo uso concreto nella prosa e nella poesia greche.
Analisi del singolare
Il singolare dell’ottativo di εἰμί è la parte più frequentemente attestata e grammaticalmente più ricca. Le tre persone singolari mostrano il suffisso -ιη- nella sua forma piena, con accentazione caratteristica.
Prima persona singolare
εἴην “eíēn” — «che io sia», «potrei essere», «voglia che io sia»
- Radice εἰ — radice del presente di εἰμί
- Suffisso ιη — suffisso ottativo atematico (forma lunga)
- Desinenza ν — prima persona singolare attiva
- Accento circonflesso sulla sillaba εἴ- (regola dell’ottativo: l’accento risale)
- Quantità vocalica η lunga: la vocale del suffisso è nella sua forma piena non contratta
La prima persona singolare εἴην è la forma ottativa più usata nelle costruzioni desiderative autonome — quelle in cui l’ottativo non dipende da un verbo reggente ma esprime un desiderio o un augurio diretto. Nella forma desiderativa, spesso è preceduta da particelle come εἴθε oppure εἰ γάρ («Oh se…!», «Magari…!»), anche se εἴην da solo può già esprimere il voto.
Esempio d’uso (desiderativo): εἴθε σοφὸς εἴην — «Magari fossi saggio!» / «Oh, che io potessi essere saggio!»
Esempio d’uso (ipotetico, protasi): εἰ εὐδαίμων εἴην, εὐεργετοίην ἂν τοὺς φίλους — «Se io fossi felice, farei del bene agli amici» (ipotesi del possibile, 3° tipo).
L’uso ipotetico di εἴην è estremamente produttivo nella prosa platonica, dove il dialogo socratico si muove spesso nell’ambito del condizionale possibile: Socrate postula situazioni ipotetiche sull’essere o non essere qualcosa, e l’ottativo εἴην è lo strumento grammaticale perfetto per queste esplorazioni filosofiche.
Seconda persona singolare
εἴης “eíēs” — «che tu sia», «potresti essere», «voglia che tu sia»
- Radice εἰ — radice del presente di εἰμί
- Suffisso ιη — suffisso ottativo atematico (forma lunga)
- Desinenza ς — seconda persona singolare attiva
- Accento circonflesso su εἴ-, identico alla prima persona
- Distinzione: si distingue dalla 1ª solo per la desinenza finale
La seconda persona εἴης ha un’altissima frequenza nelle benedizioni, negli auguri e nelle maledizioni poetiche. Quando un personaggio augura qualcosa a un altro — che sia benessere, gloria, o al contrario sventura — il modo è quasi sempre l’ottativo, e εἴης è la forma più naturale in seconda persona singolare.
Esempio d’uso (augurio): εὐδαίμων εἴης — «Sii felice!» / «Possa tu essere felice!» (formula di congedo o benedizione)
Esempio d’uso (interrogativa indiretta): ἠρόμην τίς εἴης — «Ti chiesi chi fossi» (ottativo obliquo in dipendenza da un passato).
Quest’ultimo uso — detto ottativo obliquo — è forse il più sofisticato dal punto di vista sintattico. In greco classico, quando un verbo di dire, chiedere o pensare è al passato, il verbo della proposizione dipendente può «retrocedere» dall’indicativo o dal congiuntivo all’ottativo, un fenomeno che riflette la prospettiva temporale del narratore. Così τίς εἴης non è una domanda reale («chi sei?») ma la trascrizione retrospettiva di quella domanda nel tempo del narrato.
Terza persona singolare
εἴη “eíē” — «che egli/ella/esso sia», «potrebbe essere»
- Radice εἰ- — radice del presente
- Suffisso -ιη- — suffisso ottativo atematico (forma lunga)
- Desinenza Ø (desinenza zero) — terza persona singolare atematica
- Accento circonflesso su εἴ-; la forma termina in vocale lunga scoperta
- Particolarità: Desinenza zero: la 3ª persona non aggiunge consonante finale, a differenza della 1ª (-ν) e della 2ª (-ς)
La terza persona singolare εἴη è probabilmente la forma ottativa più frequente in assoluto nell’intera letteratura greca. La sua brevità (due sole sillabe) e la sua assoluta trasparenza la rendono lo strumento preferito di autori come Platone, Tucidide e Senofonte per costruire ipotesi, definizioni filosofiche e clausole condizionali. È anche la forma ottativa che compare più spesso nelle espressioni formulari.
τί οὖν εἴη ποτε ὁ Ἔρως; θνητὸς ἢ ἀθάνατος;
«Che cosa mai potrebbe essere Eros? Mortale o immortale?»— Platone, Symposion 201e (Socrate riporta le parole di Diotima)
In questo passo platonico, εἴη compare in un’interrogativa indiretta dipendente dall’imperfetto (ἠρόμην implicito), ma potrebbe anche essere letta come un’interrogativa diretta con sfumatura ottativa: «Che cosa mai potrebbe essere Eros?» — domanda che per sua natura rimane aperta, nel regno del possibile e del desiderato, non del certo.
Nel discorso indiretto filosofico, εἴη traduce la propria incertezza epistemica: l’autore non afferma che qualcosa «è» (indicativo ἐστί), ma apre la questione a ciò che «potrebbe essere» o «si vorrebbe che fosse». È la forma dell’ipotesi, della definizione provvisoria, della dialettica socratica.
Analisi del duale
Seconda persona duale
εἴητον “eíēton” — «che voi due siate», «potreste essere (voi due)»
- Radice εἰ-
- Suffisso -ιη- — forma lunga del suffisso atematico
- Desinenza -τον — desinenza duale di seconda persona, attiva
- Accento circonflesso su εἴ-; la desinenza -τον è atona
- Rarità: rorma rara nella prosa classica; più attestata in Omero e in contesti poetici
La seconda persona duale εἴητον — letteralmente «possa essere che voi due siate» — è una forma di grande rarità nei testi. Per incontrare il duale in piena vitalità dobbiamo rivolgerci a Omero, dove il duale è ancora funzionale e non percepito come arcaismo. Nei dialoghi platonici, il duale compare quando Socrate si rivolge a due interlocutori contemporaneamente, ma la frequenza complessiva è bassa.
Contesto tipico: εἴητον ἄμφω σοφοί — «Che siate entrambi saggi!» (augurio rivolto a due persone)
Terza persona duale
εἰήτην “eíētēn” — «che quei due siano», «quei due potrebbero essere»
- Radice εἰ-
- Suffisso -ιη- — forma lunga del suffisso
- Desinenza -την — desinenza duale di terza persona, attiva
- Distinzione: si distingue dalla 2ª duale solo per la desinenza (-τον vs -την); la vocale finale è lunga (η)
- Accento circonflesso su εἴ-; la η finale è lunga ma non accentata
La terza persona duale εἰήτην compare quando il soggetto è una coppia di terze persone: «i due generali», «i due fratelli», «le due città». Nella prosa attica questo uso è spesso associato ai binomi naturali (gli occhi, le mani, i gemelli) o alle coppie di personaggi che agiscono congiuntamente.
Alternativa: Molti grammatici e testi attestano anche le forme εἴτην (2ª e 3ª duale) con il suffisso breve -ι- anziché -ιη-. Entrambe le varianti sono grammaticalmente corrette; le forme con -ιη- sono considerate più arcaiche e «classiche».
Analisi del plurale
Nel plurale dell’ottativo di εἰμί si osserva un fenomeno morfologico cruciale: il suffisso ottativo passa dalla forma lunga -ιη- del singolare alla forma breve -ι-. Questo è l’apofonia quantitativa già menzionata in premessa, ed è la stessa regola che governa tutti i verbi atematici al modo ottativo. La ragione è ritmica e accentuale: nelle forme più pesanti (plurale), il suffisso «alleggerisce» la propria vocale per mantenere l’equilibrio prosodico della parola.
Prima persona plurale
εἶμεν “eîmen” — «che noi siamo», «potremmo essere», «possa che noi si sia»
- Radice εἰ-
- Suffisso -ι- — forma breve del suffisso ottativo atematico (plurale)
- Desinenza -μεν — prima persona plurale attiva
- Contrazione εἰ- + ι- = εἰ-: il dittongo si mantiene; l’accento circonflesso segnala la lunghezza
- Alternativa: alcune tradizioni grammaticali attestano anche εἴημεν (con suffisso lungo, per analogia col singolare)
La forma εἶμεν è la prima persona plurale standard nella tradizione attica. Va distinta con attenzione da εἶμεν che potrebbe graficamente coincidere con l’imperfetto di εἶμι («andare») — ma il contesto sintattico e il modo verbale rendono sempre chiara la distinzione. La prima persona plurale ottativa è caratteristica delle deliberazioni collettive e delle ipotesi di gruppo.
Esempio d’uso: εἰ εὐδαίμονες εἶμεν, οὐδὲν ἂν ἐδεόμεθα — «Se fossimo felici, non avremmo bisogno di nulla» (ipotesi del possibile in prima persona plurale).
Seconda persona plurale
εἶτεeîte — «che voi siate», «potreste essere»
- Radice εἰ-
- Suffisso -ι- — forma breve del suffisso ottativo atematico
- Desinenza -τε — seconda persona plurale attiva
- Accento circonflesso sull’unica sillaba lunga del nucleo (εἶ-)
- Omofonia: εἴτε (con accento acuto) è la congiunzione «sia che… sia che»: la prosodia distingue i due!
La seconda persona plurale εἶτε richiede una nota accentuale importante. Il greco scritto (con il sistema di accenti introdotto dagli Alessandrini nel III sec. a.C.) distingue chiaramente εἶτε (forma ottativa del verbo «essere») da εἴτε (congiunzione correlativa, «sia che… sia che», sive… sive). In greco parlato, tuttavia, la differenza di altezza tonica (acuto vs. circonflesso) era uditivamente percettibile, e non creava ambiguità nel contesto.
Esempio d’uso: εἶτε ἄξιοι τῆς τιμῆς — «Che possiate essere degni dell’onore» (augurio rivolto a un gruppo).
Terza persona plurale
εἶεν “eîen” — «che essi/esse siano», «potrebbero essere»
- Radice εἰ-
- Suffisso -ι- — forma breve del suffisso
- Desinenza -εν — terza persona plurale attiva (desinenza «secondaria» atematica)
- Accento circonflesso su εἶ-; il dittongo -ε- finale è breve
- Particolarità: la forma ha due sillabe; la chiusura in -εν è la stessa della 1ª singolare (-ν) ma plurale
La terza persona plurale εἶεν è notevolissima per un motivo che va ben al di là della grammatica pura. Nei dialoghi di Platone — e in particolare nella Repubblica e nel Fedone — εἶεν viene usato da Socrate come formula di risposta e transizione: «Benissimo», «Sia pure», «D’accordo», «Ammettiamo che sia così». È un uso assolutamente idiomatico dell’ottativo, in cui la forma ha perso la valenza verbale piena e ha acquistato il valore di particella discorsiva.
Εἶεν· τί δὲ δὴ τὸ μετὰ τοῦτο;
«Sia così; e dopo ciò, che cosa?» / «D’accordo — ma allora?»— Platone, Repubblica (formula socratica ricorrente)
Questo uso di εἶεν come «particella di assenso» o «formula di transizione» è uno degli esempi più affascinanti di come una forma grammaticale possa evolvere pragmaticamente mantenendo la propria struttura formale. Socrate «dice» εἶεν — «che le cose stiano così», «lasciamo che le premesse siano quelle» — prima di introdurre un nuovo argomento, quasi una cerimonia di accettazione dell’ipotesi discussa.




