Didattica relazionale

PER UNA DIDATTICA RELAZIONALE

 Articolo del Prof. Nuccio Randone docente di Religione specializzato in Teologia Morale

Erotismo didattico

In un tempo in cui la scuola sembra aver perduto ogni autorevolezza, in cui per le famiglie anziché essere una risorsa sembra invece essere diventata l’ennesimo problema, in piena epoca della “morte del padre” e dell’indebolimento generalizzato di ogni autorità simbolica, è ancora possibile una parola degna di rispetto?

La sfida contemporanea sta in una domanda: perché ascoltare l’istituzione, il padre, il prof., la scuola, la chiesa, le religioni, ogni altro-da-me?

La risposta a tale domanda va trovata nella riscoperta, da parte di tutto il mondo della scuola, compresi gli insegnanti stessi, e dei genitori e alunni, della funzione insostituibile dell’insegnante che, come sostiene Massimo Recalcati nel suo saggio L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento[1], non deve ridurre la pratica dell’insegnamento alla trasmissione di informazioni, alla funzione di travasare dei contenuti in dei vasi vuoti, ma deve invece riuscire nel difficile compito di mantenere vivo il rapporto erotico del soggetto con il sapere[2].

In cosa consiste questo “erotismo didattico” ?

Recalcati nel suo saggio sostiene che in una società senza padri e senza maestri, un bravo insegnante è colui che sa fare del sapere un desiderio, trasformare l’oggetto del sapere in un oggetto erotico, ovvero desiderabile, portare l’alunno a far desiderare il sapere, desiderare di sapere altro e oltre il già saputo[3].

Questo significa che la scuola deve diventare luogo “erotico” che renda possibile l’incontro con la dimensione erotica del sapere, che faccia desiderare il voler sapere in quanto “so-di-non sapere” e dunque luogo “umanizzante”, che ci umanizza in quanto proprio nel desiderio di sapere si rivela l’umano dell’uomo in quanto l’uomo è desiderio di sapere.

Se l’uomo è, come vedremo, costitutivamente desiderio di sapere, la scuola umanizza se nutre negli alunni questo desiderio di sapere, altrimenti la scuola si riduce a un luogo sotto culturale che riduce gli alunni a subumani in quanto anziché aprire al desiderio di sapere li conforma, uniforma, omologa al sapere “come” e “cosa” sa l’insegnante senza desiderio di sapere.

Il desiderio di sapere è inoltre e soprattutto fondato sul sapere stesso che è attraversato, come sostiene Recalcati, dall’impossibilità di sapere tutto il sapere: Infatti, insegnanti, alunni e genitori non dovrebbero mai dimenticare che ogni sapere è limitato rispetto al tutto, rispetto a “tutta” la verità che può essere scientifica o filosofica o religiosa, insomma plurale  e ciò spinge alla continua ricerca di sapere, al desiderio di sapere funzione propria di una scuola erotica.

Il Desiderio di sapere

Cosa si deve intendere per una scuola erotica o come recita il sottotitolo del testo di Massimo Recalcati, “per un’erotica dell’insegnamento”?

La scuola deve diventare luogo in cui e attraverso cui la cultura umanizza, ovvero luogo in cui si desidera sapere, il sapere viene reso un desiderio e in ciò realizzare l’umano dell’uomo, umanizzare l’uomo in quanto l’uomo è desiderio di sapere.

La scuola è sempre stata erotica? Oggi è erotica? Può diventare erotica?

Partiamo col dire che sicuramente la scuola oggi, agli occhi di genitori, alunni e insegnanti stessi, non sembra attrattiva, soddisfacente, “utile”: ha perso il suo “prestigio simbolico” in quanto non appare più decisiva per la mia vita, emancipativa.

Perché?

Il totalitarismo capitalistico (desideri indotti – consumi – profitto), la nuova dittatura del consumismo indotto per cui si è felici se si consuma (desideri indotti), hanno dato vita alla così detta antropologia del consumo: la felicità, la soddisfazione dell’uomo di oggi è nel consumo, nel soddisfare i desideri indotti e non il desiderio di sapere, per cui la felicità e l’emancipazione, raggiungibili nel consumo di beni materiali e non (ad esempio felici nel consumare sesso, nel consumare droghe, ecc), non risiedono più nella scuola, ma in altri luoghi e fuori dalla cultura, dando vita ad una società che vive per consumare trasformando beni e persone in merce[4].

L’altra faccia della medaglia del capitalismo oltre al consumismo dei desideri indotti è la competizione per accaparrarci quanto più beni di consumo, per soddisfare i nostri desideri che da forma all’omologazione consumistica che uniforma e livella (gli stessi desideri e le stesse soddisfazioni) e all’individualismo per cui l’altro è sempre o un nemico, o ignorato, o sfruttato, sempre e solamente per soddisfare non i miei desideri ma quelli omologanti e uniformanti in quanto indotti.

Questo “Homo Consumens”[5] ha due atteggiamenti nei confronti della scuola, atteggiamenti che una scuola che vuole ritornare ad essere erotica costituiscono delle sfide a cui rispondere.

L’individualismo gnostico che capovolge il “so di non sapere” socratico nel “so di sapere anche più della scuola”, sostituita dal sapere di internet, di alunni e genitori per cui la scuola non viene più vista come luogo di risorsa per il sapere, per la mia crescita, ma una sfida intrapresa ogni giorno, da genitori e alunni, contro la scuola per l’accaparrarsi di voti e profitto a cui di contro risponde la stessa scuola con quello che Recalcati chiama “l’accanimento valutativo” e la “burocratizzazione della funzione dell’insegnante”[6].

L’altro atteggiamento è quello che Recalcati chiama nel suo saggio il “culto del godimento”: perché non godere di quei desideri indotti che, anche se indotti, mi piace goderne? Se già godo e sono soddisfatto godendo di quei desideri, di cui il sapere e la scuola non ne fanno parte, a che mi servono scuola e sapere?[7]

Forse è questa la vera sfida della scuola per diventare erotica: il desiderio di godimento non deve essere spento ma orientato, quel desiderio di felicità deve essere canalizzato altrove alla scoperta di “nuovi mondi” che si possono aprire proprio attraverso quel desiderio di sapere che è un desiderio orientativo e costruttivo per e della nostra vita e non omologante e uniformante come quelli materiali indotti da consumare che risultano avvolte addirittura distruttivi per la nostra vita.

Per riuscire a fare ciò occorre una svolta antropologica: passare da una antropologia individualistica ad una relazionale che sappia recuperare il “so-di-non sapere” socratico e dunque l’idea che l’uomo si realizza nel mondo insieme agli altri, grazie alla scuola e al sapere desiderato e cercato di cui la scuola è il luogo originale dove cioè si trova il sapere-contenuti e originante che suscita quel desidero di sapere che mi mette alla ricerca del sapere oltre i contenuti del prof., per fare mie, metabolizzare, rielaborare e soggettivizzare nella forma e nella sostanza i contenuti per diventare nuovi saperi: credo che l’analisi storica fatta da Recalcati in L’ora di lezione, sia corretta oltre che suggestiva e forse controcorrente in quanto egli sostiene che l’errore della grande contestazione del’68 è stato quello di voler fare a meno dei padri, però, dice Recalcati, “liberarsi dei padri non significa farne a meno ma imparare a servirsene”[8].

Per godere ed essere felici nella vita, non ci si deve liberare della scuola, degli insegnanti e del sapere ma imparare a servirsene per godere ed essere felici in modo diverso e costruttivo nella scoperta di altri mondi, altri modi di vivere e relazionarsi con gli altri oltre la logica mercificante del consumismo contemporaneo.

Cos’è il sapere?

Per capire cos’è il sapere bisogna coniugarlo al futuro semplice: “noi sapremo”.

Il sapere infatti è sempre un punto di partenza in continuo movimento e mai un punto di arrivo in quanto ogni sapere, da un punto di vista “quantitativo” è sempre limitato rispetto al tutto, è impossibile sapere tutto, spiegare ogni cosa e quindi c’è sempre da sapere, dall’altro simbolico, oltre il già saputo.

Dal punto di vista “qualitativo” e soggettivo invece, il sapere non è, come ci ricorda Recalcati nel suo saggio,

 «un oggetto contenuto nel contenitore dell’Altro, ma l’effetto di un percorso che ogni soggetto è tenuto a compiere in proprio, senza che esista, a garantirlo, un tracciato definitivo a priori. […] L’apprendimento non avviene per travaso passivo da un bicchiere più pieno a uno più vuoto, perché il modello sul quale si fonda non è mai quello di un vuoto da riempire – le teste vuote degli allievi dentro le quali si deve versare il cemento del sapere – quanto di un vuoto da aprire»[9].

L’insegnante, allora, assume dal punto di vista didattico la funzione del motore immobile aristotelico in quanto mette in movimento il desiderio di sapere dell’alunno, lo avvia al desiderio di ricercare il sapere oltre il già saputo, ovvero apre buchi nel discorso già costituito, apre finestre, porte, occhi, orecchie, mondi[10], rende possibile “la messa in atto del processo creativo” dell’alunno, della sua personale, propria, nuova ricerca di sapere scaturente dalla “critica”[11] mossa al già saputo che lo porta ad entrare lui stesso in “crisi”[12] realizzando quel circolo ermeneutico tra sapere e vita: contenuti che diventano e aprono al desiderio di sapere che diventa ricerca critica del sapere che diventa a sua volta un sapere legato alla mia vita, capace cioè di mettermi in crisi a differenza di un sapere che mi inchioda nel mio statu quo esistenziale, mi omologa e uniforma.

Come si apprende?

         Massimo Recalcati, nel saggio che ci sta guidando in questa nostra riflessione, indica in Edipo, Narciso e Telemaco le tre figure di figli che incarnano i diversi modelli di scuola, le diverse modalità di relazione tra il padre e il figlio, tra l’istituzione e l’uomo di oggi, tra l’alunno e l’insegnante, mettendo in evidenza che, mentre il figlio Edipo vuole la morte del padre e il figlio Narciso lo ignora limitandosi a contemplare la propria immagine, il figlio Telemaco impara a servirsi e a vivere col padre[13].

         Il figlio Telemaco esprime il detto siciliano “nessunu nasci ‘mparatu”, versione siciliana del paradosso socratico “so di non sapere”: il figlio Telemaco, scrive Recalcati, «sostiene che non vi sia trasmissione possibile senza incontro, senza impatto con l’Altro. Diversamente da Edipo, Telemaco riconosce il debito simbolico verso il padre, non lo vuole morto, non lo vive come un nemico nel crocevia del suo desiderio»[14].

         Telemaco attende il ritorno del padre perché sa che solo il padre può essere da una parte quel motore immobile che muove il desiderio del sapere e dall’altra il Dio Biblico che a differenza del motore immobile aristotelico fa strada, cammina con i suoi alunni affinché questi imparino non “come” e “le cose” del padre ma “con” il padre.

         In alcune pagine del testo di Recalcati, credo che si possa benissimo riscontrare quella svolta antropologica di cui dicevamo, la svolta dall’individualismo edipico e narcisistico ad una antropologia e ad una scuola relazionale, telemaica secondo cui l’uomo, l’alunno si realizza nel mondo con, insieme agli altri, agli insegnanti.

         Credo che il futuro della scuola stia proprio in questa svolta antropologica in quanto come sottolinea lucidamente Recalcati

« L’educazione non può avvenire seguendo l’illusione dell’autoformazione, ma solo grazie all’esistenza di almeno un Altro: un professore, un insegnante, un maestro, un docente. Non esiste autoformazione se non come fantasma narcisistico…non c’è processo educativo che possa prescindere dalle condizioni dettate dall’Altro»[15].

         Questo significa che l’allievo che rifiuta il ruolo dell’insegnante e della scuola, vive ancora nella logica edipica della morte del padre e narcisistica del so di sapere quindi non ho bisogno dell’altro, vivendo, continua Recalcati,

«nel mito ipermoderno dell’autogenerazione di se stesso, rifiuta la filiazione simbolica che lo inscrive nell’Altro, si vorrebbe prometeicamente padrone del fuoco dichiarandosi senza padri. […] L’esistenza della scuola (invece) contrasta il mito narcisistico dell’autoformazione del farsi un nome da sé, imponendo il rispetto e il debito simbolico nei confronti della memoria dell’Altro»[16].

Dunque, non si può sapere tutto e per sempre e non si può sapere, imparare da soli ma sempre con e attraverso gli altri in un processo di soggettivizzazione del sapere che rende il desiderio del sapere un processo attraverso cui, conclude Recalcati, «reinventare quello che abbiamo ricevuto dall’Altro in modo singolare, sintomatico, generare uno stile proprio, realizzare la vocazione del desiderio, rendere la nostra vita una vite storta»[17].

Una cosa quindi credo sia chiara: quello che manca oggi nella nostra scuola è la “fede” ovvero manca quella fiducia degli alunni nei confronti degli altri, degli insegnanti, e degli insegnanti nei confronti degli alunni.

La relazione e dunque la fede-fiducia negli altri ci dice invece che gli alunni devono essere disponibili a partire dal loro “so di non sapere” a intraprendere il faticoso percorso aperto dal desiderio di sapere messo in movimento dagli insegnanti, devono essere disposti a superare quella illusione, quella “allucinazione” (Freud) di una via breve e senza sforzo al successo, al godimento delle merci e essere pronti invece a intraprendere “la disciplina paziente della formazione”.

Da parte loro l’insegnante deve abbandonare l’atteggiamento del “padrone” del sapere che uniforma i suoi alunni, in quanto, come ci ricorda ancora Recalcati, è vero che l’insegnamento non può avvenire senza un insegnante che sa, «ma non può nemmeno essere ridotta ( l’insegnamento) a riprodurre il sapere del maestro, a fare come lui»[18], … Bisogna infatti servirsi dei maestri, “fare con loro”, imparare non “come” loro o le loro cose, ma essere, grazie a loro, se stessi.

 In definitiva, allora, in una didattica relazionale, non bisogna liberarsi dei padri, maestri, contenuti e programmi, ma, alla luce del desiderio di sapere, imparare a servirsene per sapere altro e oltre il sapere dell’altro stesso e crescere in personalità e responsabilità perché so di non sapere ma mi servo nella mia vita di quello che so.

Se tutto si muove, se tutto è mosso dal desiderio di sapere, come fa il motore immobile a muovere e come il Dio Biblico ad accompagnare questo desiderio?

L’insegnante deve sempre essere un umanista, è necessario, per rivitalizzare la scuola di oggi, quella relazione alunni – insegnanti e muovere quel desiderio di sapere, seguire, studiare, interrogarsi, cercare, ricercare, un “nuovo umanesimo”[19] che consiste in definitiva nel continuo aggiornamento del magistero, dell’insegnante, dell’insegnamento e dei contenuti insegnati che restano ovviamente necessari e insuperabili per esserci insegnamento ma l’insegnante deve saperli attualizzare, tradurre, aggiornare per gli alunni di oggi[20].

Conclusione

Cosa possiamo dire a conclusione di questa breve relazione su una didattica relazionale?

Il testo di Z. Bauman che abbiamo sopra citato recita, “consumo dunque sono”, forse occorre oggi una vera e proprio “decrescita educativa”: se è vero che non sono perché consumo merci, non esisto per consumare e consumarmi, la scuola deve assumersi il compito di umanizzare l’uomo ovvero educarlo al desiderio del sapere a partire, attraverso e per superare proprio quel consumismo omologante che nulla ci fa più desiderare se non quello che gli altri ci inducono a desiderare per consumare noi e l’ambiente, si veda la spinosa questione ecologica, e far fare profitto ai pochi capitalisti contemporanei.

Non sono felice, non godo perché consumo merci, ma perché so e quel sapere mi cambierà la vita come una vera e propria cultura della liberazione: ogni alunno che arrivi alla maturità dovrebbe potere affermare ciò.

Io personalmente come Recalcati ho frequentato un istituto professionale, ma gli studi universitari, l’università, la facoltà di teologia che ho frequentato per 9 lunghissimi anni, mi hanno aperto il mondo, un’altra vita, mi hanno cambiato e salvato la vita, ho trovato negli studi e nello studiare una ragione per vivere e per morire, perché io so di non sapere, anzi mi ritengo un ignorante che studia, uno studioso ignorante, ma so per cosa vale la pena di morire: per un mondo più giusto, più bello, più umano.

Desiderate il sapere e cambierete il mondo!!!


[1] Cfr. M. RECALCATI, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Torino 2014;

[2] Cfr. Ibid., 4-5;

[3] Cfr. Ibid., quarta di copertina;

[4] Cfr. Z. BAUMAN, Consumo, dunque sono, Bari-Roma 20082;

[5] Cfr. ID., Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Trento 2007;

[6] Cfr. M. RECALCATI, L’ora di lezione, cit.,89;

[7] Cfr. Ibid.,16-17;

[8] Cfr. Ibid., 64;

[9] Ibid.,42-43;

[10] Cfr. Ibid., 43

[11] «Crìtica s.f.[dal gr. κριτική (τέχνη) «arte del giudicare», femm. sostantivato dell’agg. κριτικός: v. critico da cui κρίvω (distinguo). L’attività del pensiero impegnata nell’interpretazione, nell’analisi e valutazione del fatto o del documento storico o estetico ( c. storicac. letteraria ), o delle stesse funzioni e contenuti dello spirito umano, dal punto di vista gnoseologico e morale ( c. filosofica ; la c. della ragion puradella ragion pratica ) e di qualunque situazione in qualunque contesto». ( http://www.treccani .it > vocabolario > critica).

[12] Crisi è una parola di origine greca, vuol dire “scegliere”. L’uomo è tale perché entra in “crisi” ovvero è capace di valutare, giudicare e scegliere nelle situazioni della sua vita.

[13] Cfr. M. RECALCATI, L’ora di lezione, cit.,19-36;

[14] Ibid, 34;

[15] Ibid, 63;

[16] Ibid, 63-64;

[17] Ibid, 151;

[18] Ibid, 116;

[19] Cfr. L. C IOTTI – V. ALBERTI, Per un Nuovo Umanesimo. Come ridare un ideale a italiani e europei, Milano 2019;

[20] Cfr. Ibid., 19-20; Cfr. M. RECALCATI, L’ora di lezione, cit.,95-96;


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2 Risposte

  1. Cettina ha detto:

    Vogliamo un intero saggio su “l’UMANIZZAZIONE DELL’UOMO E SUL SUO ESSERE” DESIDERIO DI SAPERE”
    Complimenti prof. RANDONE!
    Questo suo articolo è una ventata di vera analisi antropologica e sociale e ha un certo, non so che, di ottimismo futuristico.
    Lei è AVANTI Prof.!

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